VENGA AD AUGUSTA, SIGNOR PRESIDENTE Lettera aperta al Presidente della Repubblica italiana nel 150 anniversario dell’unità d’ Italia da parte di un cittadino comune che fa fatica a considerarsi italiano come gli altri. Venga Presidente. Egregio Sig. Presidente, nel settembre 2005 inviavo al suo predecessore una petizione sottoscritta da 2500 cittadini maggiorenni di Augusta, identificabili con numero documento di identità riportato accanto alle loro firme rigorosamente autografe. Con tale petizione si invitava il suo predecessore ad una visita di stato ad Augusta. Non era stato ancora programmata la visita successivamente avvenuta il 12 gennaio 2006. A visita avvenuta la segreteria generale della Presidenza volle scusarsi adducendo la motivazione che la petizione era arrivata fuori tempo, quando il programma della visita era stato definito. Ovviamente non era facile venire in provincia di Siracusa e parlare di territorio dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità e subito dopo venire a visitare l’altra parte del territorio della stessa provincia che potrebbe essere considerato a buon diritto “pattumiera dell’umanità”. All’epoca già erano censiti ben 18 impianti a rischio di incidente rilevante e altri 7 erano già stati programmati. Il tutto su una delle aree già dichiarate a rischio ambientale oltre che a rischio sismico e militare. L’unico accenno che il suo predecessore volle fare nel suo discorso su tale vicenda fu quello che riporto nelle righe seguenti. Dal Discorso di Ciampi a Siracusa il 12 gennaio 2006. Rinnovo a tutti voi quelle esortazioni; ben sapendo che la concertazione fra tutte le istituzioni e tutte le forze sociali ed economiche impegnate in progetti di sviluppo non è cosa semplice. Occorre fare scelte difficili, e avere il coraggio di farle, soppesandone i costi e i benefici. Ma soprattutto occorre essere convinti della utilità, della necessità del “dialogo”, ed avere la forza, l’umiltà, la pazienza di praticarlo. Bisogna conciliare, nel rispetto delle vocazioni naturali del territorio, opinioni, progetti, esigenze tra loro talvolta contrastanti: come quelle fra lo sviluppo industriale e la protezione, anch’essa necessaria ed anzi prioritaria, dell’ambiente e della salute dei cittadini. A riparare i danni e il degrado derivanti da incurie del passato bisogna provvedere con alto senso di responsabilità. Ma nessuna provincia o regione, e certo non la provincia di Siracusa, con il suo ancor valido polo petrolchimico, può ignorare l’importanza dell’industria, e le ricadute positive che le grandi imprese hanno avuto ed hanno su tutto il tessuto produttivo ed economico del territorio. E non hanno certo importanza secondaria agricoltura e turismo. E’ giusto indirizzare sempre più l’agricoltura verso produzioni di alta qualità: è quello che, del resto, già si sta facendo, come ho potuto constatare in tutte le mie visite alle province siciliane. CARLO AZEGLIO CIAMPI Purtroppo, lo dico con grande rammarico, la venuta di Ciampi a Siracusa fu una grande delusione, soprattutto perché 2500 cittadini non ebbero la risposta che si aspettavano, così come il territorio che attendeva una sua visita. Grande delusione conservo ancora nel cuore, riguardo un altro suo predecessore, Cossiga, che in occasione del terremoto del 13 dicembre 1990, non si degnò di portare la solidarietà della Nazione ai terremotati siciliani. Venne il mese dopo in Sicilia per inaugurare il tribunale di Gela, ma neanche di passaggio si fermò a visitare le tendopoli dei terremotati. Rinnoviamo, oggi quello stesso invito alla sua persona, sperando che – nell’anno del 150° – possa trovare accoglienza. Mi permetta però, Signor Presidente di usare dei toni forti per quest’invito, ma sono costretto a farlo in difesa della mia terra e della gente di questo territorio. Nella E-mail che le ho inviato lo scorso 23 aprile, ho parlato di un “ANNIENTAMENTO PROGRAMMATO” della popolazione di questo territorio, ma ho valide ragioni da esporre. Venga, Signor Presidente, a vedere anche le piccole realtà e non solo quelle dei capoluoghi; venga, Signor Presidente, in quell’area dichiarata a rischio nel lontano 30 novembre 1990 per dirci quanto di quel decreto è stato attuato e ci spieghi perché la chiusura dell’ospedale di Augusta è un fatto ineluttabile; venga, Signor Presidente, a parlarci dell’art. 32 della costituzione, ma dopo aver incontrato i medici del territorio di Augusta; venga, Signor Presidente, a parlare di tutela della salute in un luogo dove l’ospedale è considerato superfluo, ma dopo aver letto l’atlante delle patologie, venga a parlare del valore e della la tutela della vita in una terra dove una donna su due abortisce, venga a dire una parola di conforto a quelle donne che hanno dovuto sacrificare le loro creature per non vederle nascere con gravi handicap; venga a consolare le mogli ed i figli dei tanti morti di cancro di Augusta; venga, Signor Presidente, a parlarci di tutela dell’ambiente e del paesaggio, ma solo dopo aver visto l’area circostante il porto di Augusta; venga Presidente a parlare di smaltimento di rifiuti, ma solo dopo aver detto che nei fondali del porto di Augusta giacciono 18 milioni di metri cubi di fanghi tossici; venga a mangiare il pesce al mercurio del nostro mare che si continua a vendere nell’indifferenza; venga, Signor Presidente, a spiegarci il perché mentre l’Europa dice che “chi inquina paga” qui “chi ha inquinato non deve pagare” addirittura non è perseguibile e per di più ottiene il condono. venga a parlare di sicurezza lavoro nel luogo dove si registra un incidente ogni cinque giorni, venga, Signor Presidente, a parlare della dignità del lavoro in un territorio dove gli incidenti vengono taciuti o minimizzati, venga a parlare ai proprietari delle aziende del polo petrolchimico per dire loro che la vita e la salute vengono prima del profitto; venga a parlare di lavoro ed occupazione in un luogo dove il tasso di disoccupazione è inversamente proporzionale alla ricchezza prodotta; venga a parlare di libertà in una terra dove il ricatto occupazionale condiziona drammaticamente la vita sociale degli abitanti; venga, Signor Presidente, a parlare di democrazia in un territorio in cui la volontà popolare evidente e plebiscitaria espressa con due referendum è stata vilipesa da istituzioni compiacenti ed asservite alle lobby economiche; venga a parlare di sicurezza su una delle aree più sismiche del paese, ma dove una cordata di imprenditori senza scrupoli vuole realizzare per forza un rigassificatore di cui il territorio non ha alcun bisogno; venga a vedere come ancora esistono ferite ancora aperte dal terremoto del 1990 benché siano passati due decenni, venga a vedere una città potenzialmente ricca, ma depredata da chi vorrebbe un federalismo ladro e bugiardo; venga a parlarci di futuro, di sviluppo, di turismo e di beni storici, artistici e culturali, ma dopo aver sostato sulle rovine di Megara Hiblaea ………. Venga, non ci deluda, ci faccia capire che l’Italia è una! Brucoli, 30 aprile 2011 Sac. Prisutto Palmiroenga ad Augusta, signor presidente

VENGA AD AUGUSTA, SIGNOR PRESIDENTE

Lettera aperta al Presidente della Repubblica italiana
nel 150 anniversario dell’unità d’ Italia
da parte di un cittadino comune che fa fatica a considerarsi italiano come gli altri.

Venga Presidente.

Egregio Sig. Presidente,

nel settembre 2005 inviavo al suo predecessore una petizione sottoscritta da 2500 cittadini maggiorenni di Augusta, identificabili con numero documento di identità riportato accanto alle loro firme rigorosamente autografe.
Con tale petizione si invitava il suo predecessore ad una visita di stato ad Augusta. Non era stato ancora programmata la visita successivamente avvenuta il 12 gennaio 2006.
A visita avvenuta la segreteria generale della Presidenza volle scusarsi adducendo la motivazione che la petizione era arrivata fuori tempo, quando il programma della visita era stato definito. Ovviamente non era facile venire in provincia di Siracusa e parlare di territorio dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità e subito dopo venire a visitare l’altra parte del territorio della stessa provincia che potrebbe essere considerato a buon diritto “pattumiera dell’umanità”.
All’epoca già erano censiti ben 18 impianti a rischio di incidente rilevante e altri 7 erano già stati programmati. Il tutto su una delle aree già dichiarate a rischio ambientale oltre che a rischio sismico e militare.
L’unico accenno che il suo predecessore volle fare nel suo discorso su tale vicenda fu quello che riporto nelle righe seguenti.
Dal Discorso di Ciampi a Siracusa il 12 gennaio 2006.
Rinnovo a tutti voi quelle esortazioni; ben sapendo che la concertazione fra tutte le istituzioni e tutte le forze sociali ed economiche impegnate in progetti di sviluppo non è cosa semplice. Occorre fare scelte difficili, e avere il coraggio di farle, soppesandone i costi e i benefici. Ma soprattutto occorre essere convinti della utilità, della necessità del “dialogo”, ed avere la forza, l’umiltà, la pazienza di praticarlo.
Bisogna conciliare, nel rispetto delle vocazioni naturali del territorio, opinioni, progetti, esigenze tra loro talvolta contrastanti: come quelle fra lo sviluppo industriale e la protezione, anch’essa necessaria ed anzi prioritaria, dell’ambiente e della salute dei cittadini. A riparare i danni e il degrado derivanti da incurie del passato bisogna provvedere con alto senso di responsabilità.
Ma nessuna provincia o regione, e certo non la provincia di Siracusa, con il suo ancor valido polo petrolchimico, può ignorare l’importanza dell’industria, e le ricadute positive che le grandi imprese hanno avuto ed hanno su tutto il tessuto produttivo ed economico del territorio.
E non hanno certo importanza secondaria agricoltura e turismo. E’ giusto indirizzare sempre più l’agricoltura verso produzioni di alta qualità: è quello che, del resto, già si sta facendo, come ho potuto constatare in tutte le mie visite alle province siciliane.
CARLO AZEGLIO CIAMPI
Purtroppo, lo dico con grande rammarico, la venuta di Ciampi a Siracusa fu una grande delusione, soprattutto perché 2500 cittadini non ebbero la risposta che si aspettavano, così come il territorio che attendeva una sua visita.
Grande delusione conservo ancora nel cuore, riguardo un altro suo predecessore, Cossiga, che in occasione del terremoto del 13 dicembre 1990, non si degnò di portare la solidarietà della Nazione ai terremotati siciliani. Venne il mese dopo in Sicilia per inaugurare il tribunale di Gela, ma neanche di passaggio si fermò a visitare le tendopoli dei terremotati.
Rinnoviamo, oggi quello stesso invito alla sua persona, sperando che – nell’anno del 150° – possa trovare accoglienza.
Mi permetta però, Signor Presidente di usare dei toni forti per quest’invito, ma sono costretto a farlo in difesa della mia terra e della gente di questo territorio.
Nella E-mail che le ho inviato lo scorso 23 aprile, ho parlato di un “ANNIENTAMENTO PROGRAMMATO” della popolazione di questo territorio, ma ho valide ragioni da esporre.

Venga, Signor Presidente, a vedere anche le piccole realtà e non solo quelle dei capoluoghi;
venga, Signor Presidente, in quell’area dichiarata a rischio nel lontano 30 novembre 1990 per dirci quanto di quel decreto è stato attuato e ci spieghi perché la chiusura dell’ospedale di Augusta è un fatto ineluttabile;
venga, Signor Presidente, a parlarci dell’art. 32 della costituzione, ma dopo aver incontrato i medici del territorio di Augusta;
venga, Signor Presidente, a parlare di tutela della salute in un luogo dove l’ospedale è considerato superfluo, ma dopo aver letto l’atlante delle patologie,
venga a parlare del valore e della la tutela della vita in una terra dove una donna su due abortisce,
venga a dire una parola di conforto a quelle donne che hanno dovuto sacrificare le loro creature per non vederle nascere con gravi handicap;
venga a consolare le mogli ed i figli dei tanti morti di cancro di Augusta;
venga, Signor Presidente, a parlarci di tutela dell’ambiente e del paesaggio, ma solo dopo aver visto l’area circostante il porto di Augusta;
venga Presidente a parlare di smaltimento di rifiuti, ma solo dopo aver detto che nei fondali del porto di Augusta giacciono 18 milioni di metri cubi di fanghi tossici;
venga a mangiare il pesce al mercurio del nostro mare che si continua a vendere nell’indifferenza;
venga, Signor Presidente, a spiegarci il perché mentre l’Europa dice che “chi inquina paga” qui “chi ha inquinato non deve pagare” addirittura non è perseguibile e per di più ottiene il condono.
venga a parlare di sicurezza lavoro nel luogo dove si registra un incidente ogni cinque giorni,
venga, Signor Presidente, a parlare della dignità del lavoro in un territorio dove gli incidenti vengono taciuti o minimizzati,
venga a parlare ai proprietari delle aziende del polo petrolchimico per dire loro che la vita e la salute vengono prima del profitto;
venga a parlare di lavoro ed occupazione in un luogo dove il tasso di disoccupazione è inversamente proporzionale alla ricchezza prodotta;
venga a parlare di libertà in una terra dove il ricatto occupazionale condiziona drammaticamente la vita sociale degli abitanti;
venga, Signor Presidente, a parlare di democrazia in un territorio in cui la volontà popolare evidente e plebiscitaria espressa con due referendum è stata vilipesa da istituzioni compiacenti ed asservite alle lobby economiche;
venga a parlare di sicurezza su una delle aree più sismiche del paese, ma dove una cordata di imprenditori senza scrupoli vuole realizzare per forza un rigassificatore di cui il territorio non ha alcun bisogno;
venga a vedere come ancora esistono ferite ancora aperte dal terremoto del 1990 benché siano passati due decenni,
venga a vedere una città potenzialmente ricca, ma depredata da chi vorrebbe un federalismo ladro e bugiardo;
venga a parlarci di futuro, di sviluppo, di turismo e di beni storici, artistici e culturali, ma dopo aver sostato sulle rovine di Megara Hiblaea ……….
Venga, non ci deluda, ci faccia capire che l’Italia è una!
Brucoli, 30 aprile 2011
Sac. Prisutto Palmiro

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……. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, ……….

“Se ne vanno.
Mesti, silenziosi,
come magari è stata umile e silenziosa la loro vita,
fatta di lavoro, di sacrifici.
Se ne va una generazione,
quella che ha visto la guerra,
ne ha sentito l’odore e le privazioni,
tra la fuga in un rifugio antiaereo
e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi.
Se ne vanno mani indurite dai calli,
visi segnati da rughe profonde,
memorie di giornate passate
sotto il sole cocente o il freddo pungente.
Mani che hanno spostato macerie,
impastato cemento, piegato ferro,
in canottiera e cappello di carta di giornale.
Se ne vanno quelli della Lambretta,
della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi,
della televisione in bianco e nero.
Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo,
come Cristo nel sudario,
quelli del boom economico
che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione,
regalandoci quel benessere
di cui abbiamo impunemente approfittato.
Se ne va l’esperienza, la comprensione,
la pazienza, la resilienza, il rispetto,
pregi oramai dimenticati.
Se ne vanno senza una carezza,
senza che nessuno gli stringesse la mano,
senza neanche un ultimo bacio.
Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese,
patrimonio della intera umanità.
L’Italia intera deve dirvi GRAZIE
e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio
con 60 milioni di carezze…

RICEVUTO da Dott.Begher,pneumologo ospedale S.Maurizio.
chiede di divulgarlo

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1986: Un cittadino di Augusta che ha a cuore i problemi della città in cui vive.

Ill.mo Signor Presidente (Cossiga)
chi si rivolge a Lei è un cittadino di Augusta che ha a cuore i problemi della città in cui vive e che per il particolare ruolo che svolge considera la situazione da un particolare punto di vista.
Mi chiamo Prisutto Palmiro e sono un prete cattolico che svolge la sua attività come viceparroco in una parrocchia di periferia.
Quando Lei accettò il mandato presidenziale affermò che voleva essere il Presidente di tutti gli Italiani.
Io mi rivolgo a Lei come Italiano, e come uno di quei circa 40.000 italiani che abitano nella mia città.
Augusta, un tempo era abitata da pescatori e contadini, ma ora, in seguito al sorgere di alcune industrie ( Chimica Augusta, Esso, Cogema, Montedison, Isab, solo per citare le maggiori), che ne utilizzano il porto, è cresciuta oltre misura, provocando degli squilibri socio-economici ed ambientali notevoli.
Non parlo solo a nome personale, ma anche a nome di circa undicimila persone che in poche settimane hanno firmato la petizione popolare qui allegata nel testo integrale e che Le inoltriamo.
Tutto ciò dimostra che non si tratta di una iniziativa isolata, ma rappresenta la volontà popolare di tutta Augusta.
Da diverso tempo, e per diverse volte, questa città di Augusta è salita alla ribalta a livello nazionale per diversi avvenimenti: cito solo i più significativi:
1981: si constatò la nascita di alcuni bambini con delle gravi malformazioni nell’ arco di pochissimi mesi.
Dopo pochi giorni fu fatto sapere che tutto rientrava nella “normalità” e subito dopo sulla vicenda fu steso un velo di silenzio, che perdura fino ad oggi. Probabilmente questo atteggiamento è dovuto ad un infame ricatto sull’occupazione.
Negli ultimi anni varie volte si sono avute morie di pesci: quali prodotti velenosi vengono scaricati giornalmente in mare ed in atmosfera ?
1985: Esplosione dell’impianto ICAM il 19.05.1985 con sei feriti e conseguente evacuazione della città ed anche delle vicine Priolo e Melilli. È ancora vivo il ricordo di quella terribile sera. In quella occasione ci è andata bene, fortunatamente.
1985: La rubrica televisiva TG2 Ambiente riporta un dato statistico preoccupante: AUGUSTA È LA PRIMA CITTÀ D’ ITALIA PER DECESSI CAUSATI DA TUMORE !
Ma quali le cause ?
1986: nei mesi scorsi, da accertamenti eseguiti da una equipe medica nella Scuola ove insegno è stata rilevata una percentuale preoccupante che potrebbero o potenzialmente sono predisposti ad uno sviluppo favorevole di una malattia che si ritiene ormai debellata: LA TUBERCOLOSI.
L’ area circostante il porto di Augusta è occupata da un’ altra concentrazione industriale che ha provocato seri squilibri ambientali in tutta la zona.
Inoltre da diverso tempo si susseguono nella zona industriale incidenti, esplosioni ed incidenti di vario tipo, con relativo pericolo per gli operai e per gli abitanti delle zone vicine.
È fin troppo evidente la situazione di pericolo reale in cui versa ormai da decenni la popolazione della nostra zona.
Come se ciò non bastasse le nostre Autorità competenti si dimostrono insensibili, se non volutamente indifferenti, a questo grido di allarme che si leva dalla popolazione.
Dopo che hanno permesso per decenni di inquinare il mare l’ unico provvedimento pubblico è stato il divieto di balneazione.
Augusta, tra l’ altro, vive un particolare problema: quello di essere una isola unita alla terraferma da un solo ponte, e sull’ isola vive circa la metà dell’ intera popolazione.
Attualmente quest’ unico ponte che la collega alla terraferma si rivela insufficiente a smaltire il solo traffico cittadino normale e abbiamo constatato che in caso di necessità non è nemmeno possibile evacuare la Città e nemmeno la popolazione è in grado di fronteggiare una situazione di emergenza provocata da una eventuale nube tossica, considerata l’ esigua distanza dalla zona industriale.
Ad aggravare la situazione si aggiunge la presenza di un deposito costiero denominato MACET, di sostanze infiammabili che oggi si trova nel mezzo di un quartiere densamente abitato: la Borgata.
Dicono i responsabili che non c’ è alcun pericolo, ma dopo quanto è successo al deposito Agip di Napoli alcuni mesi fa non è possibile tranquillizzare la gente solo con delle dichiarazioni verbali.
A ciò si unisce la presenza della base navale della Marina Militare Italiana e quella della Nato che sono ospitate all’ interno del porto di Augusta.
Va tenuto presente anche il rischio del sabotaggio terroristico.
Ho iniziato questa forma di “lotta” non da solo, ma sostenuto da tanti altri cittadini che credono nel valore della VITA.
Mi sono rivolto a lei con fiducia perchè credo ancora nelle Istituzioni e sono sicuro che vale la pena impegnarsi per una causa giusta.
Scopo della mia azione è prevenire una eventuale sciagura: non mi piacerebbe essere presente ai funerali (magari di Stato) di gente che è morta ma che avrebbe potuto salvarsi solo se a tempo dovuto, fossero state realizzate quelle opere necessarie, o eseguiti i debiti controlli.
Non si vorrebbe essere costretti, a disastro accaduto, a cercare i responsabili, mentre ciò si sarebbe potuto evitare.
Non vorremmo che a causa di un disastro (e le vittime potrebbero essere tante) Augusta diventasse una Città simbolo, come lo furono tristemente Longarone, Seveso il 10.07.1976, Trapani il 05.11.1976, Tesero l’ estate scorsa, o come Hiroshima, Minamata, Bophal o Chernobyl.
Ci auguriamo che il suo interessamento possa scuotere da quell’ indifferenza, che potrebbe rivelarsi colpevole, sia le Autorità competenti, sia le nostre amministrazioni locali.
I miei più distinti ossequi.
AUGUSTA, 17.10.1986
PER I CITTADINI DI AUGUSTA
SAC. PRISUTTO PALMIRO
RISPOSTA
SEGRETARIO GENERALE DELLA
PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA ROMA 01.12.1986
Prot. n. 16595
da citare nella risposta
Rev.Sac. Palmiro Prisutto
Via Marina Levante,5
96011 Augusta – Siracusa
È pervenuta all’ indirizzo del Presidente della Repubblica la Sua lettera del 17 ottobre scorso con la quale ha voluto accompagnare una petizione, sottoscritta da numerosi abitanti di Augusta, ed intesa ad ottenere la realizzazione di una seconda via di collegamento con la terraferma.
Al riguardo desidero informarla che su quanto auspicato si è provveduto ad interessare i competenti Organi di Governo.
Con i migliori saluti
IL SEGRETARIO GENERALE

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09 e 11 Gennaio 1693. Catania è rasa al suolo da un terribile terremoto di eccezionale intensità. Restano in vita solo 4.000 persone.« All’unnici di Jinnaru a vintin’ura a Jaci senza sonu s’abbalava cui sutta li petri e cui sutta li mura e cui a misericordia chiamava »(L’undici di gennaio alle ore ventuno ad Acireale senza musica si ballava, chi sotto le pietre e chi sotto le mura e chi invocava la misericordia divina – detto popolare siciliano)« All’unnici i Jinnaru a vintu’ura, fu pi tuttu lu munnu ‘na ruìna: piccili e ranni sutta li timpuna riciènu – Aiutu! – e nuddu ci ni rava. Si n’era pi Maria, nostra Signura, tutti forrimu muorti all’ura r’ora; all’ura r’ora ciancieriemmu forti se Maria nun facìa li nuostri parti..»(L’undici di gennaio, alle ore ventuno fu per tutto il mondo una rovina: bambini e adulti (sepolti) sotto i massi chiedevano – Aiuto – e nessuno poteva darne. Se non era per Maria, nostra Signora, saremmo tutti morti a quest’ora; a quest’ora piangeremmo forte se Maria non si schierava dalla nostra parte…- detto popolare siciliano)Il terremoto del Val di Noto dell’11 gennaio 1693 rappresenta, assieme al terremoto del 1908, l’evento catastrofico di maggiori dimensioni che abbia colpito la Sicilia Orientale in tempi storici. [1] e sicuramente un dei maggiori di tutta la storia sismica della penisola italiana [2]Mappa della Sicilia con la suddivisione isosismica delle aree colpite in gradi della scala MercalliL’evento sismico ha provocato la distruzione totale di oltre 45 centri abitati, interessando con effetti pari o superiori al IX grado MCS (scala Mercalli) una superficie di circa 5600 Km2 e causando un numero complessivo di circa 60.000 vittime e raggiungendo in alcune aree l’XI grado MCS.Fonte: – per il terremoto del 1693 – Terremoto del Val di Noto – Wikipedia

Pubblicato da Francesco Toscano a 9.20.00 0 commenti Link a questo post

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PROGETTO DI LEGGE – N. 3436



        Onorevoli Colleghi! – I terremoti del settimo grado della scala Mercalli, verificatisi il 13 e 16 dicembre 1990, interessarono principalmente la provincia di Siracusa e, in misura minore, le province di Catania e Ragusa ed ebbero quale baricentro un punto del mare Ionio posto ad est del centro abitato di Augusta.
        I danni pur rilevanti non ebbero quelle caratteristiche catastrofiche che si temevano dal momento che il mondo scientifico, ripetutamente aveva sollevato il fondato dubbio che in un imprecisato periodo attorno al duemila si sarebbe potuto ripetere un terremoto distruttivo, analogamente a quello verificatosi nel 1693, che avrebbe interessato la Sicilia orientale e particolarmente la provincia di Siracusa.
        Il preoccupato dibattito del mondo scientifico attorno alla ipotesi che si potesse ripetere, a distanza di trecento anni, un sisma con le stesse caratteristiche di quello del 1693, aveva indotto l’allora Ministro della protezione civile, onorevole Zamberletti, a presentare un disegno di legge quadro della protezione civile, per realizzare opere di prevenzione, di organizzazione e di interventi di adeguamento antisismico sull’edilizia pubblica e privata che nel loro insieme richiedevano finanziamenti per circa 20.000 miliardi.
        Le esperienze maturate nell’Irpinia, nel Trentino, nella Sicilia occidentale e in altre parti dell’Italia, a seguito dei terremoti verificatisi, facevano emergere con tutta evidenza che gli interventi dello Stato a seguito di tali eventi in definitiva erano più costosi di una politica di interventi di prevenzione e di organizzazione razionale della protezione civile. Né si può continuare sempre a contare i morti dopo avvenimenti catastrofici.
        Peraltro, la decisione del Ministero dei lavori pubblici, della “commissione grandi rischi”, di definire il grado del rischio sismico delle varie zone d’Italia e l’obbligo di costruire nel rispetto dei criteri delle norme antisismiche, ha evidenziato come la Sicilia orientale sia classificata zona ad alto rischio sismico per cui una politica di prevenzione diventa ormai ineludibile.
        Purtroppo, la politica economica dello Stato, a seguito dell’incremento vertiginoso del debito pubblico, ma forse anche per il verificarsi dei terremoti del 13 e 16 dicembre del 1990, ha di fatto abbassato la guardia concentrando l’attenzione di tutti nel post-terremoto che imponeva un immediato intervento di ricostruzione dei danni verificatisi, per cui il Parlamento con una certa tempestività approvò la legge 31 dicembre 1991, n. 433, che prevedeva un finanziamento complessivo di 3.780 miliardi, di cui 3.115 destinati alla ricostruzione del patrimonio dell’edilizia privata.
        In quella circostanza il Parlamento non affrontò il problema della prevenzione del persistente e sempre attuale rischio sismico collegato alla faglia euro-africana, alla quale è interessata principalmente la Sicilia orientale, limitandosi a far fronte ai problemi emersi dagli eventi sismici del 13 e 16 dicembre e rinviando ad un periodo successivo interventi più organici e più risolutivi.
        Il dibattito che si è sviluppato nel siracusano nel periodo successivo ai terremoti del 1990, al quale hanno partecipato il professor Boschi, l’attuale sottosegretario professor Barberi e tanti altri illustri cattedratici italiani ed esteri, ha sottolineato la improrogabile necessità di un massiccio e coordinato intervento pubblico per affrontare i tanti problemi connessi all’adeguamento antisismico sia degli edifici pubblici che di quelli privati, promuovendo sul territorio una adeguata rete di strutture funzionali ed una seria organizzazione della protezione civile, nonché una diffusa cultura di educazione della popolazione dal rischio sismico.
        In verità, in quel periodo di approfondimenti, la preoccupazione del mondo scientifico ha evidenziato che il rischio di un possibile terremoto distruttivo permane, per cui va ad essere rilanciata una politica di interventi diretti alla prevenzione, tenendo presente anche la presenza di un polo petrolchimico di rilevanza nazionale.
        L’attenzione e l’impegno ad attuare gli interventi previsti dalla legge n. 433 del 1991 per la ricostruzione, visti i ritardi e le difficoltà procedurali, ha finito per accantonare le problematiche relative alle preesistenti preoccupazioni dell’alto rischio sismico della Sicilia orientale.
        Con la presente proposta di legge si vuole richiamare l’attenzione del Parlamento sulla necessità di rilanciare una politica adeguata alle indispensabili esigenze di interventi e di adeguamento antisismico sul patrimonio edilizio pubblico e privato, prevedendo finanziamenti idonei ad avviare le più importanti iniziative attuative.
        Nella consapevolezza che la grave situazione economico-finanziaria del Paese non consente rilevanti impegni finanziari, la presente proposta di legge tende ad utilizzare le risorse finanziarie previste dalla legge n. 433 del 1991, e successive modificazioni, razionalizzandone l’utilizzazione ed eliminando la distinzione tra la dotazione riservata all’edilizia privata e quella dell’edilizia pubblica.
        A questo fine si propone la soppressione dell’ultimo periodo del comma 1 dell’articolo 1 della legge n. 433 del 1991, che riserva la somma di 3.115 miliardi per la ricostruzione dell’edilizia privata, lasciando che il comitato Stato-regione previsto dalla stessa legge possa elaborare un programma limitato alla ricostruzione di opere finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di cui al comma 2 dell’articolo 1.
        Con le modifiche che si propongono si vuole estendere la possibilità di intervento agli edifici pubblici e privati non danneggiati dal sisma, ma che hanno bisogno di adeguamenti antisismici o di realizzazione di strutture ed opere infrastrutturali sul territorio funzionali ad una politica di prevenzione e di protezione civile.
        Le modifiche suggerite consentono di organizzare, sulla base delle decisioni della Regione siciliana e del comitato Stato-regione, previste dall’articolo 2 della citata legge n. 433 del 1991, le progettazioni e la esecuzione degli interventi nel rispetto anche della rimodulazione dei finanziamenti previsti dalle modificazioni legislative intervenute.
        Peraltro le attuali modifiche, assieme agli obiettivi indicati nella legge n. 433 del 1991 consentiranno in un prossimo futuro, di procedere alla integrazione della dotazione finanziaria della legge in sede di approvazione del bilancio statale.
        Inoltre, si prevede il varo entro sessanta giorni da parte della Regione siciliana di un aggiornamento del programma di intervento, tenendo conto delle nuove esigenze oggettive emerse dall’ampliamento degli obiettivi contenuti all’articolo 1 della presente proposta di legge.
        Un ulteriore elemento caratterizzante è comunque il termine perentorio di sessanta giorni per il varo del nuovo piano al fine di superare gli eventuali intralci burocratici. A tale scopo i pareri, previsti dalla legge n. 433 del 1991, per il varo del piano sono considerati favorevoli qualora non espressi nei termini.
        La presente proposta di legge non modifica l’impianto della legge n. 433 del 1991, per cui apparirebbe opportuno; esaminarla con urgenza, eventualmente anche in sede legislativa.
        E’ superfluo precisare che la via che si propone potrà incidere positivamente sulla condizione economica e sociale della Sicilia orientale trasformando un avvenimento negativo in uno virtuoso, capace di creare nuova occupazione assieme ad una maggiore sicurezza.
        In questo modo si intende dare una risposta concreta all’aspirazione alla rinascita di ampie zone della Sicilia colpite dal terremoto del 1990, che da tali interventi potranno ricevere grande giovamento ai fini di una ripresa economica e soprattutto occupazionale.

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Banca dati sul terremoto del 13 dicembre 1990

ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA

IL TERREMOTO DEL 13 DICEMBRE 1990

AUGUSTA

Nel 1990, questa località aveva 39.137 abitanti. La distribuzione dei danni ha evidenziato 3 zone di effetti cui furono attribuiti da De Rubeis et al. (1)

3 diversi gradi di intensità: il grado attribuito alla Borgata Nord è VIII; il grado d’intensità attribuito alla Borgata Sud è VII; il grado d’intensità attribuito alla Borgata Paradiso è VI-VII.

Questa attribuzione dei danni è sostanzialmente congruente con il quadro degli effetti emerso dal vaglio dei questionari macrosismici compiuto dalla camera territoriale della Protezione Civile (2).

Il terremoto causò danni rilevanti al 60% circa degli edifici in cemento armato di recente costruzione nel Rione Borgata, dove furono osservate significative rotazioni del primo e del secondo impalcato (3).

Danni leggermente meno gravi furono riscontrati nella cosiddetta “isola” del centro storico, caratterizzata da terreni più coerenti (4): una prima rilevazione dei danni al patrimonio artistico segnalò genericamente danni agli edifici del ‘700 (5). In un appartamento posto all’ottavo piano di un edificio del centro storico, furono osservate profonde rigature, lunghe fino a 90 centimetri, causate dalla forte vibrazione di un letto sul pavimento in parquet.

Oltre alla Borgata Nord, presentò gravi danni anche la zona delle case popolari.

La situazione nella zona industriale del complesso petrolchimico fu definita tranquillizzante.

Il terremoto causò la caduta di 12 bare dai loculi a muro del cimitero e danni ad alcuni loculi a colombaia e ad alcune lapidi (6). Furono riscontrati danni alla chiesa madre e ad altre due chiese; il palazzo comunale e la casa di cura “Villa Salus” furono chiusi a causa delle lesioni (7).

Non furono segnalati danni al pontile a mare (8). Le strutture portanti degli edifici resistettero generalmente bene, mentre in molti edifici fu rilevato il cedimento delle tamponature e dei rivestimenti. Solo in pochi casi furono rilevati danni strutturali rilevanti, quali lesioni di taglio nei pilastri della prima elevazione (9). Furono osservate lesioni da taglio e, in misura minore, da schiacciamento, nella maggior parte delle murature (10). Furono rilevati crolli parziali di edifici scadenti, soprattutto con muratura a sacco, in direzione di Brucoli e Villasmundo (11).

Un sopralluogo effettuato due giorni dopo il terremoto evidenziò che la scossa aveva danneggiato le strutture soprattutto nei primi piani, mentre ai piani alti ebbero danni prevalentemente le suppellettili. Nel centro storico, furono dichiarati parzialmente inagibili: gli edifici del Municipio, la sede dell’USL 27 e della medicina di base, l’autoparco comunale. Gli uffici della Pretura furono chiusi a scopo precauzionale, e circa in metà delle chiese furono riscontrate lesioni (12).


A tre giorni dalla scossa principale, fu riscontrato che il terremoto aveva danneggiato il 30% del patrimonio edilizio abitativo e il 50% di quello scolastico (13).

La replica del 16 dicembre causò la morte per infarto di un’anziana e ulteriori lesioni.

Il carcere, di costruzione recente e provvisto di strutture antisismiche, resistette bene (14).
Gli edifici pubblici totalmente inagibili furono 22; gli edifici privati inabitabili furono 368. Le scuole danneggiate furono 19, delle quali 13 furono dichiarate inagibili: 9 scuole erano nel Rione Borgata; nel centro storico, furono danneggiate una scuola media e una scuola elementare. Resistettero invece le scuole medie “Todaro”, di recente costruzione, e la scuola elementare di via delle Saline. Gli edifici della cittadella degli studi nella zona sud dell’area nel centro storico detta “isola” non ebbero danni (15).

Il terremoto causò il ferimento di circa 40 persone (16). Secondo un’altra fonte giornalistica, ad otto giorni dalla scossa principale vi furono 65 feriti (17). Rimasero senza tetto 300 famiglie, per un totale di 2.250 persone; la provincia di Siracusa dispose per questa località uno stanziamento di 1,3 miliardi (18). Ad otto giorni dalla scossa principale, i senzatetto erano saliti a 3.000 (19).

(1)

De Rubeis V., Gasparini C., Maramai A. e Anzidei A.
Il terremoto siciliano del 13 dicembre 1990, in “Contributi allo studio del terremoto della Sicilia orienta le del 13 dicembre 1990”, a cura di E.Boschi e A.Basili, pp.9-44.
Roma 1993

(2)
Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(3)
De Rubeis V., Gasparini C., Maramai A. e Anzidei A.
Il terremoto siciliano del 13 dicembre 1990, in “Contributi allo studio del terremoto della Sicilia orientale del 13 dicembre 1990”, a cura di E.Boschi e A.Basili, pp.9-44.
Roma 1993

Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(4)
De Rubeis V., Gasparini C., Maramai A. e Anzidei A.
Il terremoto siciliano del 13 dicembre 1990, in “Contributi allo studio del terremoto della Sicilia orientale del 13 dicembre 1990”, a cura di E. Boschi e A. Basili, pp.9-44.
Roma 1993

(5)
Segnalazioni di danni al patrimonio Architettonico-Culturale causati dal terremoto del 13.12.1990, Istituto Nazionale di Geofisica (inedito).
1991

< P>

(6)
ANSA, Notiziario italiano, 1990.12.13.
Roma 1990

Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(7)
ANSA, Notiziario italiano, 1990.12.13.
Roma 1990

(8)
La Sicilia, 1990.12.13, a.46, n.341.
Catania 1990

(9)
Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(10)
Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(11)
Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(12)
La Sicilia, 1990.12.15, a.46, n.343.
Catania 1990

(13)
La Sicilia, 1990.12.16, a.46, n.344.
Catania 1990

(14)
La Sicilia, 1990.12.17, a.46, n.345.
Catania 1990

(15)
La Sicilia, 1990.12.18, a.46, n.346.
Catania 1990

Secolo d’Italia, 1991.01.03.
Roma 1991

(16)
La Sicilia, 1990.12.15, a.46, n.343.
Catania 1990

(17)
La Sicilia, 1990.12.21, a.46, n.349.
Catania 1990

(18)
ANSA, Notiziario italiano, 1990.12.15.
Roma 1990

(19)
La Sicilia, 1990.12.21, a.46, n.349.
Catania 1990

Effetti locali sull’ambiente – Augusta

In seguito al terremoto furono osservate fessure nell’asfalto nel piazzale Fontana, adiacente allo stadio, secondo una prevalente direzione N-S; nello stesso luogo fu osservata la risalita di fluidi probabilmente dovuta a processi di liquefazione dei materiali utilizzati per la bonifica delle antiche saline, mentre, all’interno dello stadio, si verificò l’affioramento di larghe chiazze di pirite attraverso la formazione di minuscoli vulcanetti (1). Alcuni marinai che si trovavano al largo percepirono un’onda anomala in concomitanza con il terremoto. Alcune persone che si trovavano all’aperto affermarono di aver osservato fenomeni luminosi e di aver percepito rombi sotterranei (2). La strada costiera in Contrada Granatello fu invasa dall’acqua del mare, che poco prima del terremoto si intorbidò e increspò in modo anomalo. Fu osservato inoltre un fungo d’acqua che si elevava per un’altezza non precisata dal mare (3).

(1)
De Rubeis V., Gasparini C., Maramai A. e Anzidei A.
Il terremoto siciliano del 13 dicembre 1990, in “Contributi allo st udio del terremoto della Sicilia orientale del 13 dicembre 1990”, a cura di E.Boschi e A.Basili, pp.9-44.
Roma 1993

Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(2)
De Rubeis V., Gasparini C., Maramai A. e Anzidei A.
Il terremoto siciliano del 13 dicembre 1990, in “Contributi allo studio del terremoto della Sicilia orientale del 13 dicembre 1990”, a cura di E.Boschi e A.Basili, pp.9-44.
Roma 1993

(3)
Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

TERREMOTO DEL 13 DICEMBRE 1990

state of earthquake’s review (stato della revisione del terremoto) 

Questo terremoto non è elencato nel Catalogo PFG (1985), per cui la ricerca è stata sviluppata “ex novo”. Sono state utilizzate fonti sismologiche, bibliografia scientifica, fonti giornalistiche, fonti istituzionali.

È stato utilizzato lo studio monografico di De Rubeis et al. (1993) (1), pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica; tale studio è basato su un esame comparativo fra i risultati di un’indagine sul posto, che ha rilevato effetti in 45 comuni dell’area colpita, e le elaborazioni dei risultati di circa 2.000 risposte al questionario macrosismico dell’ING.
La rete informativa dell’ING, sulla base della quale sono stati reperiti i dati per questo evento, è basata su un complesso questionario, che rileva gli effetti sismici sulle persone, gli oggetti e l’ambiente, costituito da 77 domande, delle quali 39 riguardano gli effetti sulle persone e sugli oggetti, 18 gli effetti sull’ambiente e 20 gli effetti sugli edifici (sud divisi in tre gruppi: costruzioni scadenti, medie, ottime). I risultati sintetici di tale questionario sono confluiti nel “Bollettino Macrosismico 1990” a cura di Gasparini e Vecchi (1993) (2), pubblicato dall’ING.

Le informazioni contenute in questo studio scientifico sono state integrate dalle informazioni contenute nello studio di Lo Giudice e Rasà (1990) (3), un’indagine macrosismica realizzata dall’Istituto Internazionale di Vulcanologia di Catania, che contiene una prima valutazione degli effetti sull’ambiente e propone una spiegazione dei diffusi crolli di edifici in molte località, e da un documento elaborato dalla Camera territoriale della Protezione civile (Appunti… 1991) (4), riguardante gli effetti ad Augusta.

La ricerca è stata integrata dal vaglio sistematico dei dispacci dell’ANSA e dal vaglio di alcune corrispondenze giornalistiche afferenti a 2 testate. I dispacci dell’agenzia ANSA dal 13 al 15 dicembre 1990 (5) contengono informazioni sintetiche e precise, sulle quali si sono basati i giornali per le loro prime corrispondenze. Sono stati inoltre utilizzati gli articoli pubblicati nel quotidiano “La Sicilia” fra il 13 e il 27 dicembre 1990 e un articolo pubblicato il 3 gennaio 1991 dal quotidiano “Secolo d’Italia”. Gli articoli tratti dal quotidiano “La Sicilia” sono corrispondenze redatte da alcuni inviati che raccolsero le informazioni direttamente nei luoghi dove si ebbero i maggiori danni. Essendo la testata edita a Catania, sono state reperite informazioni molto dettagliate riguardo agli effetti in questa città. La corrispondenza giornalistica pubblicata nel “Secolo d’Italia” è stata utile ai fini di questa ricerca perché presenta i dati stilati dalla Protezione civile riguardanti i danni al patrimonio immobiliare e il numero dei senzatetto nelle tre province colpite dal terremoto. Sono stati inoltre presi in esame i contributi scientifici di: Boschi e Basili (1993) (6); Amato et al. (1995) (7); Dall’Aglio et al. (1995) (8); Di Bona et al. (1995) (9); Giardini et al. (1995) (10).
Sono stati infine analizzati i provvedimenti legislativi adottati per la ricostruzione: è stato compiuto un vaglio della maggior parte della produzione legislativa riguardante questo evento, dai decreti legge presentati dal governo al dibattito parlamentare per la conversione in legge dei decreti, al testo finale della legge di conversione 3 luglio 1991, n.195 (Gazzetta ufficiale, n.303, 1990; n.154, 1991; Camera dei Deputati 1992; Senato della Repubblica 1992 (11).

(1)
De Rubeis V., Gasparini C., Maramai A. e Anzidei A.
Il terremoto siciliano del 13 dicembre 1990, in “Contributi allo studio del terremoto della Sicilia orientale del 13 dicembre 1990”, a cura di E. Boschi e A. Basili, pp.9-44.
Roma 1993

(2)
Gasparini C. e Vecchi M. (a cura di)
Bollettino macrosismico 1990, Istituto Nazionale di Geofisica.
Roma 1991

(3)
Lo Giudice E. e Rasà R.
Indagine macrosismica sul terremoto ibleo del 13/12/1990: prime valutazioni, CNR-Istituto Internazionale di Vulcanologia di Catania (inedito).
1990

(4)
Appunti sugli effetti del terremoto del 13.12.1990, Camera territoriale della Protezione civile.
Augusta 1991

(5)
ANSA, Notiziario italiano, 1990.12.13.
Roma 1990

ANSA, Notiziario italiano, 1990.12.14.
Roma 1990

ANSA, Notiziario italiano, 1990.12.15.
Roma 1990

(6)
Boschi E. e Basili A. (a cura di)
Contributi allo studio del terremoto della Sicilia orientale del 13 dicembre 1990.
Roma 1993

(7)
Amato A., Azzara R., Basili A., Chiarabba C., Cocco M., Di Bona M. e Selvaggi G.
Main shock and aftershocks of the December 13, 1990, Eastern Sicily earthquake, in “Annali di Geofisica”, vol.38, pp. 255-266.
Roma 1995

(8)
Dall’Aglio M., Quattrocchi F. e Tersigni S.
Geochemical evolution of groundwater of the Iblean Foreland (Southeastern Sicily) after the December 13, 1990 earthquake (M=5.4), in “Annali di Geofisica”, vol.38, pp.309-329.
Roma 1995

(9)
Di Bona M. Cocco M., Rovelli A., Berardi R. e Boschi E.
Analysis of strong-motion data of the 1990 Eastern Sicily earthquake, in “Annali di Geofisica”, vol.38, pp.283-300.
Roma 1995

(10)
Giardini D., Palombo B. e Pino N.A.
Long-period modelling of MedNet waveforms for the December 13, 1990 Eastern Sicily earthquake, in “Annali di Geofisica”, vol.38, pp.267-282.
Roma 1995

(11)
Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana, a.131, n.303 (31 dicembre 1990), Decreto-legge 29 dicembre 1990, n.414, Provvedimenti in favore delle popolazioni delle province di Siracusa, Catania e Ragusa colpite dal terremoto nel dicembre 1990 ed altre disposizioni in favore delle zone colpite da eccezionali avversità atmosferiche nell’autunno 1990.
Roma 1990

Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana, a.132, n.154 (3 luglio 1991), Legge 3 luglio 1991, n.195, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 3 maggio 1991, n.142, recante provvedimenti in favore delle popolazioni delle province di Siracusa, Catania e Ragusa colpite dal terremoto nel dicembre 1990 ed altre disposizioni in favore delle zone danneggiate da eccezionali avversità atmosferiche dal giugno 1990 al gennaio 1991.
Roma 1991

Camera dei Deputati, Legislatura X, Atti Parlamentari, Disegni di legge – Relazioni – Documenti, vol.204, n.5638, Disegno di legge presentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri (Andreotti) e dal Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile (Capria) di concerto col Ministro dell’Interno (Scotti) col Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica (Cirino Pomicino) col Ministro delle Finanze (Formica) col Ministro del Tesoro (Carli) col Ministro dei Lavori Pubblici (Prandini) col Ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato (Bodrato) col Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale (Donat-Cattin) col Ministro per i Beni Culturali e Ambientali “ad interim” (Andreotti) col Ministro del Turismo e dello Spettacolo (Tognoli) e col Ministro dell’Ambiente (Ruffolo), Conversione in legge del decreto-legge 3 maggio 1991, n.142, recante provvedimenti in favore delle popolazioni delle province di Siracusa, Catania e Ragusa colpite dal terremoto nel dicembre 1990 ed altre disposizioni in favore delle zone danneggiate da eccezionali avversità atmosferiche dal giugno 1990 al gennaio 1991.
Roma 1992

Camera dei Deputati, Legislatura X, Atti Parlamentari dell’Assemblea, Discussioni, vol.81, Seduta dell’11 giugno 1991, Discussione del disegno di legge: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 3 maggio 1991, n.142, recante provvedimenti in favore delle popolazioni delle province di Siracusa, Catania e Ragusa colpite dal terremoto nel dicembre 1990 ed altre disposizioni in favore delle zone danneggiate da eccezionali avversità atmosferiche dal giugno 1990 al gennaio 1991 (5638).
Roma 1992

Senato della Repubblica, Legislatura X, Atti Interni, Disegni di legge e relazioni, vol.106, n.2588, Disegno di legge presentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri (Andreotti) e dal Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile (Lattanzio) di concerto col Ministro dell’Interno (Scotti) col Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica (Cirino Pomicino) col Ministro delle Finanze (Formica) col Ministro del Tesoro (Carli) col Ministro dei Lavori Pubblici (Prandini) col Ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato (Battaglia) col Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale (Donat-Cattin) col Minist ro per i Beni Culturali e Ambientali (Facchiano) e col Ministro del Turismo e dello Spettacolo (Tognoli) comunicato alla Presidenza il 31 dicembre 1990, Conversione in legge del decreto-legge 29 dicembre 1990, n.414, recante provvedimenti in favore delle popolazioni delle province di Siracusa, Catania e Ragusa colpite dal terremoto nel dicembre 1990 ed altre disposizioni in favore delle zone colpite da eccezionali avversità atmosferiche nell’autunno 1990.
Roma 1992

earthquake of 13 December 1990

effects in the social context (effetti nel contesto sociale) 

Alcuni crolli parziali e totali causarono la morte di 12 persone a Carlentini e il ferimento di circa 300 in varie località. Inoltre, morirono 6 persone per lo spavento.
Secondo quanto riferito dal presidente del Consiglio alla Camera dei Deputati il 3 maggio 1991, i senzatetto furono 14.834.

Questo dato indica una maggiore gravità dell’evento rispetto ai dati forniti in gennaio dalla Protezione civile, secondo i quali, nelle province colpite dal terremoto, Catania, Siracusa e Ragusa, i senzatetto sarebbero stati complessivamente 13.390. Già questo dato differiva sostanzialmente dalle prime stime, secondo le quali i senzatetto sarebbero stati 4.720, così ripartiti: 2.250 ad Augusta (48%); 1.200 a Carlentini (25%); 600 a Melilli (13%); 200 a Francofonte (4%); 170 a Siracusa (3,6%); 150 a Lentini (3,2%); 150 a Noto (3,2%). Anche la stima dei senzatetto fornita dal quotidiano “La Sicilia” fu inferiore al dato definitivo: secondo tale testata, in fatti, i senzatetto sarebbero stati 10.026 in provincia di Siracusa, 762 in provincia di Catania e 18 in provincia di Ragusa.

Subito dopo il terremoto furono mobilitati nelle province di Catania e di Siracusa 300 vigili del fuoco dotati di 40 automezzi. Una tendopoli capace di ospitare fino a 500 persone fu allestita nel campo sportivo di Carlentini. Fu disposto l’invio nel Siracusano di due autocolonne militari e di un centinaio di automezzi con tende per 1400 persone. Furono in totale impiegati 500 uomini e 130 automezzi, più altri 200, addetti al montaggio dei prefabbricati, partiti dal centro della protezione civile di Buonfornello.
Furono allertati 1.500 militari dell’unità di pronto impiego e una decina di elicotteri per unità sanitarie. Furono inoltre inviati volontari della Croce Rossa. Dal centro della protezione civile di Buonfornello furono inviati, con 45 automezzi militari, prefabbricati per una superficie coperta complessiva di 2.000 mq. A Lentini furono inviate 150 roulottes, ma dalla sola Carlentini giunsero oltre 1.500 richieste di alloggio. Altri 500 posti letto in tendopoli furono predisposti per l’eventuale montaggio a 3 km. da Catania. Erano stati inviati nelle zone colpite: 250 automezzi di vario tipo, 20 ambulanze, 20 fotoelettriche, 15 macchine operative.

Il ritardo nei soccorsi (circa 3 ore) fu causato principalmente dal fatto che le linee telefoniche erano saltate. In una riunione fra il presidente della Regione Sicilia e i sindaci dei paesi colpiti, avvenuta a due giorni dal terremoto, fu sottolineato che le richieste di aiuti pervenute immediatamente dopo la scossa erano state in gran parte eccessive. Ciò, secondo i sindaci, era indice di una disorganizzazione nella gestione dell’emergenza, di cui sarebbero stati responsabili i sindaci stessi. Fu inoltre evidenziato che i piani di emergenza, da tempo approntati dalla Protezione civile, non erano stati mai completamente diffusi tra la popolazione. Secondo l’opinione riportata dalla stampa, nonostante l’esercito fosse pronto per inviare tende e reparti specializzati, la Protezione civile non sfruttò tempestivamente tale disponibilità. Inoltre, i senzatetto preferirono cercare rifugio nei prefabbricati e nelle scuole riscaldate, lasciando inutilizzate le tende. Il presidente della Commissione Grandi Rischi sottolineò l’importanza della programmazione di strutture adeguate alle emergenze sismiche e la necessità di investimenti preventivi, sia per ridurre la vulnerabilità, specialmente nelle aree a grande densità abitativa, sia per ridurre i costi economici e umani che tali emergenze comportano. Il prefetto Alvaro Gomez y Paloma fu nominato commissario straordinario per coordinare i soccorsi.
Dopo la scossa principale, la linea ferroviaria Alcantara-Randazzo fu bloccata dalle ore 3 alle 10:15 locali a causa di lesioni ai pilastri di alcuni ponti. Fu inoltre chiuso il tratto Taormina-Giarre dalle ore 4 alle 6:20 locali per consentire un sopralluogo sui binari. Il collegamento ferroviario fra Augusta e Agnone Bagni fu interrotto dopo la scossa del 13 dicembre e ripristinato il giorno dopo.

Il caso di Carlentini presentò alcune difficoltà di gestione: al momento del terremoto questa località era amministrata da un commissario regionale da appena 20 giorni. A 5 giorni dalla scossa principale fu chiesta al governo la dichiarazione di calamità naturale, richiesta che fu respinta, in quanto la nuova legge sulla protezione civile conferiva già pieni poteri operativi al commissario straordinario. Questo rifiuto suscitò malcontento e proteste da parte delle popolazioni colpite. La Pretura di Siracusa aprì un’inchiesta su alcuni crolli sospetti di abitazioni nuove in varie zone della provincia, per appurare che non vi fossero stati interventi dolosi compiuti al fine di accedere ai finanziamenti per la ricostruzione.
Il governo regionale siciliano stanziò 500 milioni per Carlentini; altri 1.700 milioni furono attinti dal capitolo per le spese impreviste. La provincia di Siracusa stanziò 7 miliardi. Un gruppo di senatori siciliani propose un emendamento alla legge finanziaria, chiedendo uno stanziamento di 100 miliardi per i primi interventi. La Comunità Economica Europea mise a disposizione un fondo in ECU pari a 2 miliardi e 300 milioni di lire.

La legge 3 luglio 1991, n.195, che convertiva un decreto emanato il 29 dicembre 1990 e reiterato due volte prima della conversione, stanziò 150 miliardi di lire a titolo d’integrazione del fondo della Protezione civile. Grazie a tale rifinanziamento la Protezione civile poté sostenere, fra l’altro, le spese necessarie agli interventi d’emergenza nelle province di Siracusa, Catania e Ragusa. Con la stessa legge furono stanziati 30 miliardi, per l’avvio di un programma di adeguamento antisismico degli edifici pubblici della Sicilia orientale definiti “strategici”, e 20 miliardi, per la realizzazione di un sistema di sorveglianza sismica estesa alla Sicilia orientale, nonché un sistema di ricerca sui precursori dei terremoti e delle eruzioni e di sorveglianza sui vulcani attivi in Sicilia.

Con la stessa legge fu assicurata alle popolazioni residenti nei comuni siracusani di Augusta, Carlentini, Francofonte, Lentini, Melilli e Noto e nei comuni catanesi di Militello in Val di Catania e Scordia, la proroga per duecento giorni dei mutui bancari e ipotecari pubblici e privati, dei vaglia cambiari, delle cambiali e di ogni altro titolo di credito, nonché la sospensione per diciotto mesi di ogni provvedimento di rilascio immobiliare.
Secondo quanto riferito dal presidente del Consiglio alla Camera dei Deputati il 4 maggio 1991, il Dipartimento della Protezione civile attivò interventi per una somma totale superiore a 161 miliardi di lire: questa somma fu prevalentemente utilizzata per assicurare un alloggio provvisorio ai 14.834 senzatetto.

earthquake of 13 December 1990

elements of the local buildings (elementi degli edifici locali )

A Carlentini morirono 12 persone sotto le macerie delle loro abitazioni, e vi furono circa 200 feriti. Il motivo di un così tragico bilancio è attribuibile alla qualità degli edifici crollati: i mattoni erano di tufo e non vi erano pilastri (1).

(1)
La Sicilia, 1990.12.14, a.46, n.342.
Catania 1990

earthquake of 13 December 1990

social and economic effects (effetti sociali ed economici)

A causa del panico suscitato dalla scossa del 16 dicembre, nel carcere di Siracusa scoppiò una rivolta dei detenuti. In seguito alla confusione due reclusi evasero (1). Il carcere era considerato inadeguato già prima del terremoto. A Lentini furono danneggiati i magazzini e i capannoni adibiti allo stoccaggio e alla lavorazione delle arance: ciò creò grande preoccupazione per il futuro dell’economia di questa località, strettamente legata alla coltivazione e al commercio degli agrumi. In seguito alla scossa principale ad Augusta si ebbe l’interruzione dell’erogazione di energia elettrica nel complesso petrolchimico. Fu organizzato un incontro fra presidente della regione, direttore generale del ministero per l’ambiente e i responsabili dell’area industriale per una puntuale applicazione di tutte le regole di sicurezza negli impianti, per ridurre lo stoccaggio di prodotti tossici, per esaminare la criticità delle infrastrutture esterne (nodi stradali, vie di fuga, presidi sanitari, etc.) e per garantire la continuità dell’erogazione di energia elettrica (2). L’attività riprese normalmente cinque giorni dopo.

(1)
La Sicilia, 1990.12.17, a.46, n.345.
Catania 1990

(2)
La Sicilia, 1990.12.18, a.46, n.346.
Catania 1990

earthquake of 13 December 1990

institutional and administrative response

(risposta istituzionale ed amministrativa)

La provincia di Siracusa stanziò 7 miliardi, ripartiti come segue: Carlentini: 1,3 miliardi; Augusta: 1,3 miliardi; Siracusa: 1 miliardo; Noto: 900 milioni; Melilli e Lentini: 400 milioni ciascuna; Avola: 300 milioni; Francofonte: 200 milioni; Rosolini e Priolo: 150 milioni ciascuna; Pachino: 160 milioni; Sortino, Ferla, Floridia, Palazzolo, Solarino: 100; Canicattini Bagni: 80 milioni; Buscemi e Buccheri: 50 milioni ciascuna; Portopalo e Cassaro: 30 milioni ciascuna.

earthquake of 13 December 1990

major earthquake effects (maggiori effetti del terremoto) 

La scossa principale avvenne il 13 dicembre 1990 alle ore 0:24 GMT; seguirono numerose repliche, la più forte delle quali avvenne il 16 dicembre alle ore 13:50 GMT.
La scossa del 13 dicembre delle ore 0:24 GMT interessò circa 250 località situate in provincia di Siracusa e di Catania e fu risentita anche in alcune località situate in provincia di Reggio di Calabria. I paesi più colpiti furono erano tutti situati o sulla costa o nell’immediato entroterra jonico: si tratta di Carlentini, Augusta, Lentini, Melilli, Militello in Val di Catania, Priolo Gargallo. Furono riscontrati danni leggeri anche a Mineo, Scordia, Palagonia, Siracusa. Subirono alcuni leggeri danni anche Caltagirone, Catania e Noto. Furono dichiarati inagibili 6.830 edifici privati, 220 edifici pubblici e 54 scuole, per un numero complessivo di 7.104 edifici.

Nelle località più gravemente colpite furono rilevate gravissime carenze edilizie e altrettanto gravi negligenze nella valutazione delle caratteristiche dei terreni di fondazione. Fu osservato che le strutture di molti edifici erano fatiscenti e prive di manutenzione (anche di quella ordinaria), che, soprattutto nel centro storico di Catania, molti edifici erano stati ristrutturati al loro interno senza tener conto di criteri statici e antisismici. Quanto ai terreni di fondazione, fu rilevato che le caratteristiche di molti di questi avevano esaltato gli effetti del terremoto, che i sistemi di fondazione erano stati spesso scelti senza tenere conto dei terreni di imposta.
Ad Augusta, furono rilevati danni gravi nelle nuove strutture edilizie in cemento armato del Rione “Borgata”, edificato sui terreni prosciugati di vecchie saline; danni più lievi furono riscontrati nella cosiddetta “isola”, caratterizzata da terreni più coerenti. Gli edifici pubblici totalmente inagibili furono 22; gli edifici privati inabitabili furono 368. Le scuole danneggiate furono 19, delle quali 13 furono dichiarate inagibili. A tre giorni dalla scossa principale, fu riscontrato che ad Augusta era stato danneggiato il 30% del patrimonio edilizio abitativo e il 50% di quello scolastico.
A Carlentini furono complessivamente danneggiati 1.595 edifici: 16 edifici pubblici, 4 scuole e 1.575 edifici privati; i danni più gravi furono riscontrati nelle aree in pendio, a nord e a sud dell’abitato.

A Lentini la sede della caserma dei Carabinieri fu giudicata inagibile; furono riscontrati danni alla stazione ferroviaria, ai magazzini e ai capannoni adibiti allo stoccaggio e alla lavorazione degli agrumi. Le abitazioni danneggiate nella “Zona 167” erano abitate da 36 famiglie; vi furono oltre 200 ordinanze di sgombero. Secondo una perizia effettuata all’inizio di gennaio dalla Protezione civile furono complessivamente danneggiati 579 edifici: 15 edifici pubblici, 550 edifici privati e 14 scuole.
A Melilli il terremoto rese inagibili le scuole, il Municipio, alcuni edifici comunali, metà della caserma dei Carabinieri, il convento dei frati Cappuccini, le chiese barocche; il centro storico fu chiuso.

A Militello in Val di Catania il terremoto causò danni soltanto negli edifici più vecchi del centro storico. Le case inabitabili furono 80. L’ala settentrionale del Municipio fu dichiarata inagibile. Su 20 chiese, 7 furono giudicate inagibili: la chiesa di S.Nicola, fatta eccezione del transetto; la Madonna della Stella (totalmente inagibile); S. Sebastiano; S. Giovanni; S. Agata; S. Francesco di Paola e la chiesa dell’ex convento dei Cappuccini. La facciata della chiesa del Circolo fu giudicata pericolante; i resti del convento di S. Leonardo furono giudicati da demolire. Nei quartieri bassi, furono seriamente danneggiati Palazzo Maiorana, la torre del castello Barresi, Palazzo dei Re Burdone e Palazzo Niceforo.

In numerose località subirono gravi danni le strutture architettoniche delle chiese. In larga parte della Sicilia sud-orientale, in particolare a Catania e a Noto, sono presenti edifici ecclesiastici di tipologia barocca, ricca di elementi decorativi non strutturali come stucchi, cornicioni sporgenti, balconi, elementi d’angolo, etc.: tali elementi fragili e dalla stabilità assai critica rivelarono una grande vulnerabilità.

La replica del 16 dicembre delle ore 13:50 GMT, localizzata approssimativamente nella stessa area della scossa principale, aggravò i danni causati dalla scossa del giorno 13: furono rilevati crolli di cornicioni, crolli in abitazioni già danneggiate dalla scossa principale, lesioni.

earthquake of 13 December 1990

effects on the environment (effetti sull’ambiente) 

Fu osservata la riattivazione di una frana a Palagonia; a Brucoli e ad Ispica furono rilevati alcuni piccoli movimenti franosi e sporadiche cadute di massi.
Ad Augusta si aprirono fessure nell’asfalto e furono rilevati fenomeni di liquefazione nel terreno e di affioramento di larghe chiazze di pirite attraverso minuscoli vulcanetti.

(un modesto tsunami)

Al largo di Augusta fu osservata un’anomalia nel moto ondoso del mare e l’elevazione di un fungo d’acqua. Una strada costiera della contrada Granatello fu invasa dall’acqua.

Al largo di Agnone furono osservate frane sottomarine di rilevanti proporzioni, e fu rilevato il cambiamento del fondale sottomarino. Verosimilmente subì un cambiamento del fondale sottomarino anche il tratto di piattaforma continentale prospiciente Brucoli, nel cui canale fu osservata la riattivazione di una sorgente di acqua sulfurea da decenni inattiva. Al largo di Catania furono rilevate frane sottomarine di piccole proporzioni.

(ad Augusta si è notato uno sprofondamento del litorale di circa 80 centimetri.

Il fenomeno è stato “scoperto” dopo alcuni anni dal sottoscritto Prisutto Palmiro – autore di questo sito- e documentato anche fotograficamente. È stato segnalato agli organi  competenti INGV e Marina Militare di Augusta) senza che questi l’abbiano ufficializzato.

earthquake of 13 December 1990

sequence of the earthquake (sequenza del terremoto)

La scossa principale avvenne il 13 dicembre 1990 alle ore 0:24 GMT. Essa fu seguita da una replica di minore entità alle ore 0:33 GMT e, nei giorni seguenti, da altre due repliche: la prima, leggera, fu registrata il 15 dicembre alle ore 2:34 GMT; la seconda, di forte intensità, avvenne il 16 dicembre alle ore 13:50 GMT. Dopo queste repliche, l’attività sismica diminuì progressivamente, anche a livello strumentale, nel corso di pochi giorni.

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IL CASO AUGUSTA: UN CASO NAZIONALE IRRISOLVIBILE. RISCHIO SISMICO, RISCHIO INDUSTRIALE E RISCHIO MILITARE.

Il caso Augusta non sarà mai risolto per la sua complessità, ma soprattutto perché lo stato è coinvolto direttamente e non può andare contro se stesso.

Era l’anno 2005. Mese di ottobre. 15 anni dopo l’ultimo grave terremoto.

Il dipartimento della protezione civile nelle province di Catania, Ragusa e Siracusa nei giorni di ottobre 13/14/15/16 aveva organizzato una mega esercitazione denominata EuroSOT 2005.

Euro perché sarebbero state interessate altre realtà di protezione civile a livello europeo.

SOT stava a significare Sicilia Orientale Terremoto.

Sarebbe stato simulato un terremoto di magnitudo 8.9 Richter con epicentro a mare (territorio di Siracusa). Notate bene: il nome di Augusta è sempre da ignorare. L’epicentro avrebbe dovuto essere lo stesso di quello dell’undici gennaio 1693 con l’unica differenza che non doveva esserci lo TSUNAMI e che il polo petrolchimico non avrebbe dovuto subire danni di rilevo.

In teoria buona parte della Sicilia orientale si dovrebbe trovare sotto le macerie ed i soccorsi arriverebbero dalla Sicilia Occidentale e dalle regioni vicine via mare dato che le strade ed autostrade …..

L’esercitazione, stando agli organizzatori ed ai partecipanti, andò benissimo. La macchina della protezione civile fu perfetta e meravigliosa. Solo che nessuno dei cittadini si accorse di questa mega esercitazione.

Provate a chiedere oggi all’uomo della strada che cosa ricorda di Eurosot 2005.

In quella occasione, tanto pubblicizzata dai giornali locali, mi inserii a contestare l’ennesima sceneggiata inviando ai cronisti ed al sig. Bertolaso un questionario che ora vi ripropongo.

Non ebbi alcuna risposta.

I terremoti non sono tutti uguali.

Ci sono terremoti che, a seconda di dove accadono, fanno danni maggiori e provocano più vittime.

Mi riferisco al “territorio ad alto rischio sismico” su cui insiste – a livello del mare – il polo petrolchimico più grande d’Europa: il territorio Augusta-Priolo-Melilli.

Questo territorio ha già subito devastanti terremoti (4 febbraio 1169, 10 dicembre 1542, 9 e 11 gennaio 1693, 11 gennaio 1848, e 13 dicembre 1990) seguiti anche da accertati e documentati tsunami.

La protezione civile avrebbe dovuto essere in questo territorio una sorta di “fiore all’occhiello” a livello nazionale e perfino materia di insegnamento obbligatorio nelle scuole.

Invece la protezione civile della Città è destinata solo all’accoglienza dei profughi che sbarcano nel porto di Augusta (sede di basi militari italiana e NATO).

In risposta alla richiesta di sicurezza per far fronte ai rischi di Augusta (rischio militare, rischio chimico industriale, rischio sismico) – rischi che tra loro potrebbero sommarsi – le istituzioni hanno risposto con il fortissimo ridimensionamento dell’ospedale.

In caso di futuro terremoto, Augusta sarà in grado di affrontare la nuova emergenza?

TRENTANOVE DOMANDE + UNA AL CAPO DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE

1. Dove si trova Augusta?

2. Cosa c’è di particolare ad Augusta?

3. Cosa rappresenta Augusta per la protezione civile?

4. Cosa rappresenta Augusta il ministero della Salute?

5. Cosa rappresenta Augusta per il Ministero dell’Ambiente?

6. Cosa rappresenta Augusta per l’erario dello Stato?

7. Augusta dall’INGV è un centro particolarmente “monitorato”? Perché?

8. Cosa ricordano le seguenti date:

4 febbraio 1169 – 10 dicembre 1542 – 9 e 11 gennaio 1693 – 11 gennaio 1848 – 13 dicembre 1990

9. È vero che nella zona di Augusta ci sono stati anche numerosi e gravi maremoti?

10. Cos’è la faglia ibleo-maltese?

11. Cos’è il progetto “POSEIDON”?

12.Quando e perché è stato realizzato e con quali finanziamenti?

13. Come si fa a classificare la sismicità di un territorio?

14. Secondo lei Augusta sarebbe una zona sismica S=9 o S=12?

15. Perché dopo il terremoto del 1990 i soccorsi non furono tempestivi?

16. Perché del terremoto del 1990 non si è mai detto il vero epicentro?

17. E’ possibile che per particolari motivi non si sia detta neanche la verità sull’intensità del sisma del 1990?

18. Come stato possibile far sorgere un polo industriale come quello di Augusta-Priolo in una zona riconosciuta altamente sismica?

19. È realmente possibile la convivenza di un polo industriale così vasto su quell’area?

20. La presenza di basi militari (una della Marina Militare italiana e l’altra della NATO) all’interno del porto di Augusta non è un ulteriore rischio aggiunto agli altri due?

21. Cosa le ricorda il periodo 1978-1980 nella zona di Augusta?

22. Cosa conosce della storia di Marina di Melilli?

23. Cosa le ricorda la data di domenica 19 maggio 1985?

24. Saprebbe elencare quanti e quali sono gli impianti a rischio nel territorio Augusta-Priolo-Melilli?

                                   Risposte alla domanda 24

1.MAXCOM: un grande deposito di carburante in pieno centro abitato;

2.LA FERLA CALCE:

3.GESPI: un inceneritore portuale sopradimensionato rispetto alle effettive capacità portuali;

4.SASOL ITALY:

5.ENEL TIFEO: centrale termoelettrica

6.ESSO ITALIANA: raffineria di petrolio

7.BUZZI UNICEM: cementificio

8.ERG (impianti nord): raffineria

9.SYNDIAL: raffineria

10.POLIMERI EUROPA:

11.ERG (impianti sud): raffineria

12.COGEMA: fabbrica di magnesio

13.ISAB ENERGY: centrale elettrica

14.AIR LIQUIDE: produzione di gas compressi

15.ENEL PRIOLO: centrale termoelettrica

16.IAS: depuratore

17.BASE NAVALE MARINA MILITARE ITALIANA

18.DEPOSITO MUNIZIONI NATO

                        A questi (avrebbero dovuto) dovrebbero aggiungersi:

1.UN TERMOVALORIZZATORE per lo smaltimento dei rifiuti di Catania e delle province di Siracusa, Enna e Ragusa,

2.una centrale a carbone;

3.un inceneritore per copertoni di auto;

4.un inceneritore per il trattamento di “biomasse”;

5.una piattaforma polifunzionale (discarica ed inceneritore per rifiuti industriali);

6.un impianto di rigassificazione di GNL

7.potenziamento dell’inceneritore portuale per il trattamento da 15.000 a 70.000 T/a di rifiuti pericolosi;

25. Cosa le ricorda la data del 30 novembre 1990?

26. Esiste un piano di risanamento ambientale del territorio Augusta-Priolo?

27. Il piano di risanamento è stato attuato? In che percentuale? A spese di chi?

28. Esistono danni alla salute dei lavoratori o della popolazione correlabili all’inquinamento di quella zona?

29. Qual è la situazione ambientale della zona Augusta-Priolo-Melilli?

30. Definirebbe questa situazione: lieve, grave, irreversibile o altro?

31. Si dice che anche la falda è compromessa: perché?

32. Descriva uno scenario realistico di Augusta dopo un disastro “possibile”

33. Esiste un piano di protezione civile realmente conosciuto e sperimentato dalla popolazione?

34. Quale potrebbe essere in Sicilia orientale l’ampiezza di un disastro nella zona Augusta-Priolo?

35. Quanta informazione viene data ai cittadini di Augusta-Priolo su quei rischi con cui devono convivere? Come e con quali mezzi?

36. E’ vero che gli incidenti industriali vengono minimizzati o addirittura tenuti nascosti?

37. Cosa prevedono gli esperti per Augusta a breve, media e lunga scadenza?

38. Ma lei ad Augusta ci abiterebbe?

39. Ma allora perché in questa zona si pensa solo di potenziare il polo industriale?

            Ultima domanda:

E se dovesse accadere veramente quello che si teme?

Oggi il polo petrolchimico è in gran parte in mano a multinazionali straniere: Sud Africa, Russi, Algerini.

Di italiano c’è solo ciò che resta dell’Enichem che di tanto in tanto cambia denominazione.

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RELAZIONE SUL TERREMOTO SCRITTA DA UNA RELIGIOSA DEL MONASTERO DI S. CATERINA DI AUGUSTA.

Bilancio ufficiale: 3340 morti

1693

«Nel suddetto anno 1693 vi furono in tutta questa Val di Noto, e più d’ogni altra parte in questa suddetta Città d’Augusta, due orribili e spaventosi terremoti; il primo a 9 gennaio, giorno di Venerdì, ad ore quattro e mezza di notte; ed il secondo ad 11 di detto mese, giorno di Domenica ad ore 21.

Il primo terremoto, della suddetta notte, ridusse questo Venerabile Monastero in tale lagrimevole stato, che apportava orrore a chi lo mirava. Le mura restarono traboccanti e quasi in atto di precipitare a momenti; parte di quel della Chiesa e del Lettorino rovinati; i dammusi aperti; i travi e i tetti allargati dalle mura; la medietà della Torre caduta e l’altra medietà cadente, e tutto il recinto della Clausura spiantato sino al suolo: restò insomma talmente sconfitto che il giorno seguente che fu Sabato, fu di bisogno levarsi da quella Venerabile Chiesa le sacre particole e lasciarla senza il Santissimo Sacramento. Però per misericordia del Signore, tra tante rovine, nessuna Religiosa morì in quell’orrenda notte; solamente una Diacona precipitò, con tutto il tavolato dall’alto a basso e fu coperta da alcune pietre, però senza nessun danno alla sua persona.

Il tetto, i pilastri, i dammusi ed il Campanile della Chiesa Madre caddero tutti intieri e seppellirono i sacri altari e gli ornamenti della sagrestia.

Nel venerabile Convento della Beatissima Vergine del Carmine precipitò un dormitorio e uccise quei buoni Religiosi che ivi abitavano; i Venerabili Conventi di S. Domenico dei Reverendi Padri Cappuccini, dei Minori Osservanti e dei Padri Paolini restarono totalmente inabitabili. Le chiese tutte patirono il medesimo fracasso: chi ebbe tele di mura cadute e chi campanili, con tutte le campane, precipitati;

ed in alcune, col furioso tremore della terra, saltarono le lapidi delle sepolture, e rimasero le loro bocche aperte.

Caddero quasi tutti i palagi, e quelli che restarono in piedi non erano più atti a potersi abitare: medesimamente le case basse e botteghe e magazzini di tutta la Città.

Nella suddetta notte morirono nella Città duecento e più persone di ogni sesso, età, stato e condizione, ed un Reverendo Cappellano Curato, benché restò vivo, campò pochi giorni con una gamba macinata dall’intaglio della propria porta che lo giunse mentre cercava fuggire nella strada. Tutto il Sabato seguente ad altro non si attese che a disseppellire i cadaveri, di uomini e di donne, di gentiluomini ed artigiani, di preti e regolari, di operai, pescatori e marinari; tutti uccisi all’improvviso dalle fabbriche, mentre dormivano spensierati nel proprio letto, il suddetto terremoto, che replicò la suddetta Domenica ad ore 21, fu così gagliardo e furioso, che totalmente spiantò tutti i Conventi, tutte le Chiese, tutti i Palagi e tutte le case, senza lasciare nella Città né segni di edifici, né vestigia di abitazioni, né forma di strade; nemmeno un palmo di pianura. Nessuno poté allora raffigurare dove era situata la sua casa. Restò insomma Augusta un deserto: un mucchio di pietre e di fabbriche distese in terra. Altro non restò in piedi di tutta la Città che una piccola grotta dove stava riposta la miracolosa Immagine della Vergine Santissima del Soccorso, e, nella campagna, la sola grotta della Vergine Gloriosa di Santa Maria Adonai fu esente da tanta rovina, e pochissime case nel feudo del Monte, e tutte le altre abitazioni, Chiese e torri del territorio, patirono anche il medesimo fracasso, con la morte di tutti quei poveri uomini che ivi si trovavano. Il Castellano della Brucola patì molto danno, nella fortezza Reale di Torre Avolos, la torre che serviva da pubblica lanterna traboccò tutta a mare.

La statua del glorioso Patriarca San Domenico, tuttoché ebbe di sopra le mura della Chiesa e buona parte della fabbrica del convento si dissotterrò nondimeno dopo alcune settimane sana ed intera.

Morirono in questo lagrimevole giorno in tutta la Città e territorio tremila e più persone. Tutte quelle numerose famiglie che dopo il terremoto del cennato Venerdì notte si posero sotto padiglioni nel mezzo delle pubbliche strade fidandosi della loro larghezza; le medesime strade le servirono di sepoltura, poiché la mura dell’una e l’altra parte vi caddero di sopra e le seppellirono vive: altro non si udiva sotto quelle rovine che voci e lamenti, né nessun uomo che restò sano e vivo ebbe animo di dare aiuto a quei poveri moribondi, ma ognuno dava cura a fuggire verso le marine; e quei miseri che erano mezzi sepolti, morirono tutti la notte seguente di spavento, di spasimi, di dolore.

Svampò anche all’improvviso la numerosa quantità della polvere del Castello Reale e buttò a terra una delle sue torri e la fe’ volare tutta per l’aria e fece un’orrenda pioggia di furiose pietre e tutta quella numerosa gente che dopo il primo terremoto si era ritirata nel piano del Castello, per non morire sotto le mura aperte e cadenti delle proprie case ritrovò la morte nel campo aperto di quella Piazza d’armi.

Si videro più di settecento persone in quella lagrimevole pianura smembrate e fieramente uccise.

Morì ancora l’illustre Ricevitore della Gerosolimitana Religione di Malta e numero grande di gente delle sue galere, quali si ritrovavano allora in questo Porto; e la suddetta Squadra subito che fe’, ritorno nella sua Isola, fu seriamente spedita da quell’Eminentissimo Gran Maestro a dare aiuto a questa rovinata città e portò quantità di Medici e Chirurgi, oltre a grande provisione di biscotto.

Tutta la notte di quella memorabile domenica la terra sempre fu un continuo moto e tremore, facendo orribile e spaventosa tuonatina; svaporando per ogni parte un vapore sulfureo a modo di bassa e visibile fiamma ».

(B.C.A., Msc. Raccolta Blasco. Vol. 638, pubblicato da Tullio Marcon in

N.S.A., n. 4. XX p. 103)

1693

Trascrizione del testo di:

Salvatore Nicolosi, APOCALISSE IN SICILIA: il terremoto del 1693. Tringale Editore.

    “Ma gli uomini e gli elementi aveano congiurato di travagliare in ogni tempo la sempre desolata Augusta e funestissimo più d’ogni altro fu l’anno 1693.

Fin dal 9 gennaro violenti scosse di terremoto e turbini fieri di aggruppati venti atterrirono gli augustani, molti dei quali in una indicibile perplessità fuggirono dall’abitato in luoghi aperti, alzando dapertutto capanne di legno onde scampare ad un eccidio fatale che li minacciava ad ogni istante e bene perloro, avvegnaché il giorno 11 verso 20 ore italiane una violenta scossa fa precipitare tutto l’abitato. La terra sembrò innalzarsi ed ondeggiare; un profondo abisso spalancossi sotto il molo come la voragine d’un vulcano; una densa nube di polvere alzavasi per l’aria, di già ottenebrata da neri nuvoloni; e pioggia e grandine seguita da un turbine di vento alternossi per più d’un’ora. A tal terrore, altri più forti se ne aggiunsero, pei quali il popolo si vide vicino all’ultimo esterminio. Mentre, o si cercavan sotto le macerie i congiunti mutilati e agonizzanti, o si fuggiva all’impazzata gridando misericordia; appiccossi improvvisamente fuoco alle munizioni della cittadella, rovinando il resto delle case, che avean resistito alla furia del terremoto. Né qui finiva l’orrenda catastrofe! Le acque del porto ritiraronsi per più d’un miglio verso le fortezze Garzia e Vittoria, formando un’onda sola e scatenandosi poi con gran fracasso vennero a riversarsi sulle macerie della città. (81)   Nulla restò dell’abitato e quel ch’è peggio si ebbero a contare 3.200 vittime del fatale flagello.

Liberi finalmente da quei disastri, fu commovente scena il veder ritornare i cittadini con impresse le vive traccie del terrore, ancora sul viso; e quando tutti fero ritorno, i magistrati, il clero, i religiosi, il popolo, in abito di penitenza implorarono la clemenza divina, girando attorno col Sacramento in processione. (82)

Indi aiutati in gran parte dagli operai che trovavansi numerosi nella ricetta di Malta, misero mano a riedificar le proprie case, e con bella gara si videro dedicare all’improbo lavoro, tutte le braccia senza distinzione d’età, di sesso, di ceto. E prontamente pensossi alla riedificazione d’una sola chiesa, per celebrarvisi i divini sacrifizii e le pubbliche preghiere (83); così nel breve corso di 2 anni, Augusta risorse tutta dalle sue rovine; sicché il viceré duca d’Uzzeda restò meravigliato nel veder prontamente riparati i terribili effetti del terremoto, e volle perciò anch’egli concorrervi apprestando mezzi larghi davvero, qual si dovevavo in quelle tristissimi occasioni (84).  Le fortezze furono poi riparate nel 1702 mercé la cura del cardinal Francesco Giudice, allora viceré, il quale volle qui fermarsi tutto il mese di novembre di quell’anno”. (pagg. 90-93)

Augusta (ab. 6.173; morti 2.300)

Città demaniale. Tutte le fonti sono concordi nel riportare il numero degli abitanti e quello delle vittime. (pag. 119)

               «SI VIDDE PER ARIA UN INFERNO»

    “Anche per Augusta, «Città di negozio, bella si per sito, e fabbriche, e ricca per il Mercantile», i “defonti” furono, secondo le notizie di varia fonte, 2.300 a sentire il Boccone, 3.000 secondo il Muglielgini, più di 3.000 secondo il Paglia.    L’ultimo “rivelo” le aveva attribuito 6.173 abitanti. La percentuale delle vittime oscillava dunque fra il 40 e il 50 per cento. In quell’«Isola in largo seno di mare», ché su un isola sorgeva ed è tuttora installata la città, il castello fu scompigliato dal terremoto, la «confricazione de’ sassi» produsse scintille e le scintille appiccarono l’incendio alle polveri ammassate nel sotterraneo, le polveri esplosero, il castello volò in pezzi e «si vidde per aria un Inferno». A un rombo sordo, scricchiolante e prolungato che veniva dal suolo e dal sottosuolo si sovrappose un altro rombo, secco ma amplificato da molti echi, sprigionatosi dal castello che saltava in aria: spaventevole fracasso, reso ancor più spaventevole dall’immagine complessiva che si offriva agli spettatori-protagonisti.

Dovette essere davvero una bolgia, per qualche istante: gli edifici «volarono fino in Campagna ad uccidere con pioggie di sassi que’ Cittadini ch’eran scampati dalle rovine». L’acca- demico Muglielgini usò parole terribili e, insieme, patetiche: «ogni sasso che volò à gl’impulsi della polvere formò un gran sepolcro à tutti i Cittadini. Per le campagne viddesi scatenato l’Inferno, mentre una foltissima pioggia di sassi lapidò la vita a quei meschini, che campati erano dal naufraggio della Città».E rincarava la dose, più teatrale e fantasioso, con qualche tocco di macabro, il padre Boccone: «Un Passaggiero, che si trovava distante tre miglia d’Agosta, fatalmente fù colpito in testa da una pietra, portata à volo dall’incendio di essa polvere del Castello. Nella Piazza d’Arme poi di esso castello ad alcuni fù levato il Capo dal busto, ad altri un braccio, é a molti le gambe, e le cosce infrante. Un Bambino lattante, che stava in braccia della Madre hebbe troncata la testa, senza vedersi il feritore, e l’homicida». Inoltre: «Il Mare infuriato spruzzava spaventi, fino a giungere tempestoso alle mura del celebre Convento di S. Domenico: tanto che alcune Galee della Religione di Malta, ch’eran in quel Porto ebbero a sudare, per non patir naufragio».

Quel che, pur danneggiato, riuscì a sopravvivere, fu poco: del castello, che era una costruzione robusta, si salvarono solamente parte dei baluardi; i moli del porto, nei quali si aprirono immense falle; la torre d’Avola (il faro), situata fuori del porto, della quale cadde tuttavia la lanterna. Per il resto: totalmente distrutta la città e un subbisso di morti e feriti.   Era stato vano, per molti, correre all’aperto. Non essendoci nella cittadina molte piazze, si poté soltanto restare, tremando di freddo e di paure, sulla strada principale, la più ampia. Ma quando la grande scossa diroccò tutto, le costruzioni dell’una e dell’altra parte si rovesciarono e le pietre strinsero gli augustani da destra e da sinistra, come una tenaglia, e per il moto del suolo li stritolarono.

Fu una strage. «Luctus ubique, pavor, et plurima mortis imago», concludeva Boccone”. (pagg. 113-114)

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I grandi terremoti siciliani

earthquake of 10 December 1542

state of earthquake’s review

È stata revisionata la bibliografia del Catalogo ed è stata svolta una approfondita ricerca bibliografica ed archivistica. La ricerca è stata indirizzata sia al reperimento della documentazione amministrativa, sia all’individuazione di autorevoli memorie private. Lo spoglio sistematico dei fondi archivistici è stato condotto nelle sedi che conservano atti del potere politico centrale (Archivo General de Simancas) e locale (Archivio di Stato di Siracusa). Presso l’Archivo General de Simancas (Secretaría de Estado) è stata reperita una lettera del marchese di Terranova al Consiglio Supremo di Madrid, scritta da Palermo pochi giorni dopo il terremoto, che dà un quadro sintetico ed eloquente degli effetti sismici più gravi, verificatisi in 40 centri non precisati della Val di Noto, in particolare nelle zone più montuose, dove le case erano crollate o gravemente lesionate (1). Tre documenti del fondo Senato dell’Archivio di Stato di Siracusa (2) documentano le spese sostenute per la ricostruzione della torre campanaria della città, il cui crollo e la successiva riedificazione sono attestati anche da una epigrafe (3). Nel fondo Raccolta Atti Antichi sono conservate alcune suppliche dell’Università siracusana (4), posteriori di oltre un decennio all’evento, che testimoniano un prolungato periodo di degrado e di calo demografico della città. Hanno invece dato esito negativo le ricerche effettuate nel fondo notarile dello stesso archivio, tra gli atti di due notai roganti all’epoca (5). Un atto amministrativo del viceré Ferrando Gonzaga trascritto nel “Libro Rosso” della Biblioteca comunale di Noto (6) documenta la presenza a Noto di case e botteghe «ruinati et destrutti». Esito negativo hanno dato le ricerche condotte all’Archivio di Stato di Catania, che non conserva documentazione amministrativa seriale precedente il XVII secolo, e all’Archivio Segreto Vaticano.

Di grande interesse informativo e testimoniale si sono rivelate le fonti memorialistiche; sia quelle inedite (la più importante e completa è la cronaca contenuta nel “Liber Privilegiorum” di Caltagirone, scritta dal tesoriere del comune), sia quelle edite, come le opere di Fazello (1560) (7) e di Maurolyco (1562) (8), dalle quali dipende tutta la storiografia siciliana successiva. Questo terremoto è stato recentemente revisionato (Guidoboni e Mariotti 1993 (9); Boschi et al. 1993 (10)), con particolare attenzione agli effetti nell’area urbana di Siracusa (Ortigia).

earthquake of 10 December 1542

development of earthquake’s review

La dettagliata cronaca del terremoto scritta da Gaspare de Silvestro, tesoriere della città, nel Liber Privilegiorum conservato presso la Biblioteca Comunale di Caltagirone (1) ricorda che il periodo sismico ebbe inizio il 30 novembre e, dopo la scossa principale del 10 dicembre, si protrasse per oltre quaranta giorni con repliche di intensità via via minore. La fonte descrive in dettaglio i danni causati dal sisma a Caltagirone e segnala molti danni a Catania, Siracusa, Lentini, Melilli, Sortino, Ferla, Buccheri, Vizzini, Occhiolà (Grammichele), Mineo, Licodia Eubea, Monterosso Almo, Giarratana, Noto, Palazzolo Acreide e Avola.

La lettera del marchese di Terranova (2), scritta da Palermo pochi giorni dopo il terremoto, dà un quadro sintetico ed eloquente degli effetti sismici più gravi, verificatisi in quaranta centri non precisati della Val di Noto, in particolare nelle zone più montuose dove le case erano crollate o lesionate.

Tre documenti del fondo Senato dell’Archivio di Stato di Siracusa (3) documentano le spese sostenute per la ricostruzione della torre campanaria della città, il cui crollo e la successiva riedificazione sono attestati anche da una epigrafe (4). Nel fondo “Raccolta Atti Antichi” dello stesso archivio sono conservate alcune suppliche dell’Università siracusana (5) posteriori di oltre un decennio all’evento che testimoniano un prolungato periodo di degrado e di calo demografico della città. Hanno invece dato esito negativo le ricerche effettuate nel fondo Notai dello stesso archivio, tra gli atti di due notai roganti all’epoca (6).

Un atto amministrativo del viceré Ferrando Gonzaga, trascritto nel Libro Rosso della Biblioteca Comunale di Noto (7), documenta la presenza a Noto di case e botteghe «ruinati et destrutti».

L’erudito Tommaso Fazello raccolse testimonianze dirette visitando i luoghi del terremoto intorno al 1555. La sua narrazione ricorda che il sisma, sentito in tutta la Sicilia, causò la completa distruzione di Melilli e Occhiolà (Grammichele) e gravi danni a Siracusa, Sortino, Mineo, Lentini, Augusta, Noto, Caltagirone e Militello.
Molto sintetico è il ricordo di Maurolyco (8) che, tuttavia, comprende tra le località danneggiate anche Licata e Agrigento.
Dalle opere di Fazello e Maurolyco dipende tutta la storiografia dei secoli successivi, in particolare Pirri, Bonito, Mongitore (9) e tutti i naturalisti sei-settecenteschi fino ai moderni compilatori di cataloghi.
In contrasto con tutte le fonti ricordate, Rocco Pirri ricorda che il periodo sismico si protrasse dal 5 agosto al 30 novembre, mentre la scossa principale avvenne il 10 agosto. Probabilmente Pirri equivocò nella lettura del passo iniziale della cronaca del Liber Privilegiorum di Caltagirone o di altra fonte analoga secondo il quale il terremoto avvenne durante il regno di Carlo «quinto semper Augusto». L’errore di datazione compiuto da Pirri ha generato attraverso una serie di rimandi una tradizionale datazione del terremoto al 10 agosto 1542, soprattutto tra gli storici di ambito siracusano (10)

earthquake of 10 December 1542

effects in the social context

Le vittime complessivamente furono alcune decine, poche rispetto alla gravità e all’estensione degli effetti subiti dal patrimonio edilizio: probabilmente ciò avvenne perché la scossa accadde in pieno giorno, quando la maggioranza delle persone si trovava all’aperto. I danni alle abitazioni e la paura di nuove scosse costrinsero gli abitanti a fuggire dalle città e a vivere in ripari precari in campagna per un lungo periodo.

Gli anni precedenti il 1542 furono molto critici per la Sicilia. Il bisogno continuo di denaro per le grandi spese militari del governo spagnolo aveva inasprito la pressione fiscale, comprimendo il livello di vita della popolazione e facendo aumentare pauperismo, vagabondaggio e banditismo. In questa situazione, peraltro comune a molte altre regioni italiane, il terremoto fu all’origine di ulteriori disagi economici, favorendo anche una consistente flessione demografica. Alcuni decenni dopo questo evento sismico, Siracusa risultava una città ancora “spopolata”. Le difficoltà economiche e la scarsa attenzione riservata dal potere centrale alle condizioni del patrimonio edilizio privato ostacolarono a lungo la fase della ricostruzione. Il problema dell’agibilità della proprietà privata non rientrava nelle prospettive di governo di quel periodo e l’interesse pubblico al ripristino di strutture danneggiate era limitato alle fortificazioni e alle infrastrutture portuali, cioè alla difesa e ai trasporti. Nella lunga relazione del viceré Gonzaga, scritta quattro anni dopo il terremoto (Archivo General de Simancas, Secretaría de Estado) (1), non emerge nessuna preoccupazione del potere centrale volta alla ricostruzione, che pesò, pertanto, sulle comunità locali per diversi decenni.

earthquake of 10 December 1542

reconstructions and relocations

Il problema dell’agibilità della proprietà privata non rientrava nelle prospettive di governo di quel periodo e l’interesse pubblico al ripristino di strutture danneggiate era limitato solo alle fortificazioni e alle infrastrutture portuali, cioè alla difesa e ai trasporti. Nella lunga relazione del viceré Gonzaga, scritta quattro anni dopo il terremoto, non emerge nessuna preoccupazione del potere centrale volta alla ricostruzione, che pesò, pertanto, sulle comunità locali. Fatta eccezione per pochi casi che afferivano direttamente all’amministrazione demaniale: per esempio, a causa dei gravissimi danni subiti dalla fortezza di Lentini, il potere centrale decise di ricostruirla in un nuovo sito, che costituì, anche per l’apporto di popolazione terremotata, il nucleo originario dell’attuale abitato di Carlentini.

earthquake of 10 December 1542

major earthquake effects

Il terremoto fu avvertito in tutta la Sicilia e colpì in particolare l’entroterra collinare e montuoso degli Iblei. I danni maggiori si rilevano in un’area di circa 6.000 kmq, comprendente Melilli, Occhiolà, Lentini, Sortino, Avola, Buccheri, Ferla, Giarratana, Monterosso Almo, Palazzolo Acreide e Vizzini, dove molti edifici crollarono o divennero completamente inagibili. Le massicce distruzioni furono favorite dalle morfologie urbanistiche, che avevano come comune denominatore la discontinuità altimetrica, e l’irregolarità delle murature degli edifici costruiti in varie fasi. In alcuni paesi, in particolare a Sortino e a Lentini, i danni furono aggravati da frane e scoscendimenti e dal cedimento dei terreni di fondazione. Danni di notevole entità si ebbero anche a Siracusa, per la quale è stato possibile localizzare le aree urbane più danneggiate, e a Catania; danni più leggeri si verificarono ad Agrigento. La scossa fu sentita a Messina, a Trapani e, fortemente, a Palermo.

earthquake of 10 December 1542

effects on the environment

È ricordato un maremoto a causa del quale Augusta «fu quasi sommersa dal mare» (1). Potrebbe invece fare riferimento a fenomeni di liquefazione l’annotazione manoscritta dello storico ebreo coevo Ha-Kohen (The Jewish National and University Library, KM 55) (2) relativa a edifici distrutti «trasformati in laghi d’acqua»

earthquake of 10 December 1542

sequence of the earthquake

Il periodo sismico ebbe inizio il 30 novembre 1542: questa prima scossa fu particolarmente forte a Caltagirone. Dopo la scossa principale, avvenuta il 10 dicembre, seguirono per oltre 40 giorni numerose repliche di intensità via via minore.

earthquake of 10 December 1542

full chronology of the earthquake sequence

La cronaca di Gaspare de Silvestro, tesoriere della città di Caltagirone (1), è l’unica fonte che riporti una cronologia delle scosse.
30 novembre 1542, ore 19.15 GMT circa: prima scossa; fu forte, ma senza danni a Caltagirone.
30 novembre 1542, ore 23.15 GMT circa: meno forte della precedente.
10 dicembre 1542, ore 15.15 GMT circa: scossa principale.
12 dicembre 1542, ore 23.15 GMT circa: replica di intensità minore.
15 dicembre 1542: altra replica.
Il periodo sismico continuò quindi per oltre quaranta giorni con scosse molto frequenti.

earthquake of 10 December 1542

information by individual locality – Augusta

La scossa causò molti danni alle mura e alle case private (1). Una fonte cronologicamente molto vicina all’evento, ma distante geograficamente (2) segnala che la città fu investita da una devastante ondata di maremoto.

local effects on the environment – Augusta

È ricordato un maremoto a causa del quale Augusta «fu quasi sommersa dal mare» (1).

1542 Carlentini e Lentini

earthquake of 10 December 1542

reconstructions and relocations

Il problema dell’agibilità della proprietà privata non rientrava nelle prospettive di governo di quel periodo e l’interesse pubblico al ripristino di strutture danneggiate era limitato solo alle fortificazioni e alle infrastrutture portuali, cioè alla difesa e ai trasporti. Nella lunga relazione del viceré Gonzaga, scritta quattro anni dopo il terremoto, non emerge nessuna preoccupazione del potere centrale volta alla ricostruzione, che pesò, pertanto, sulle comunità locali. Fatta eccezione per pochi casi che afferivano direttamente all’amministrazione demaniale: per esempio, a causa dei gravissimi danni subiti dalla fortezza di Lentini, il potere centrale decise di ricostruirla in un nuovo sito, che costituì, anche per l’apporto di popolazione terremotata, il nucleo originario dell’attuale abitato di Carlentini.

earthquake of 10 December 1542

information by individual locality – Lentini

La scossa causò la distruzione di gran parte della città; in particolare nella contrada Castelnuovo crollarono totalmente la rocca e tutte le case private, così come nella contrada Tirone; gravi rovine avvennero nelle altre zone della città dove crollò la parte alta della fortezza Triquetra (1). Una relazione del viceré Ferrando Gonzaga conferma la gravità delle rovine che fecero ritenere conveniente la ricostruzione della città in un altro sito (2). Pisano Baudo ricorda la distruzione di gran parte del monastero della SS.Trinità e, sulla base di un atto notarile del 1548, il crollo quasi totale del monastero e della chiesa di S. Andrea (3). La distruzione del monastero della SS. Trinità è confermata in un manoscritto del XIX secolo conservato nel fondo Corporazioni soppresse dell’Archivio di Stato di Siracusa, che riprende le notizie di un atto steso nel 1543 (4).

earthquake of 10 December 1542

information by individual locality – Melilli

Il terremoto distrusse totalmente il paese (1)

earthquake of 10 December 1542

information by individual locality – Sortino

Fazello ricorda il crollo del castello che travolse Beatrice e Guidone, rispettivamente moglie e figlio del barone Pietro Gaetani (1); questa circostanza è confermata nella lettera del marchese di Terranova (2). Pirri ricorda che a causa del crollo del castello, a Sortino morirono 15 persone (3). In uno scritto del XVIII secolo rintracciato fra le carte della famiglia Gaetani-Specchi, conservate nell’Archivio di Stato di Siracusa, si ricorda che il terremoto distrusse mulini, ponti e acquedotti, che furono ricostruiti a spese della casa baronale (4).

earthquake of 10 December 1542

information by individual locality – Siracusa

Fazello ricorda gravi danni al Palazzo Vescovile, il crollo della torre campanaria del Duomo, gravi sconnessioni alle fortezze di Marchetti e di Casanova; furono, inoltre, gravemente lesionate molte case in tutta la città e, in particolare nella contrada Maniace e nella via degli Amalfitani (1). La ricostruzione del campanile del Duomo è attestata da una epigrafe, recuperata tra le macerie del successivo terremoto del 1693 (2), e in tre atti conservati nel fondo Senato dell’Archivio di Stato di Siracusa (3). Capodieci, oltre al crollo del campanile, ricordato dalle fonti sincrone, annota lo spostamento delle colonne del tempio di Athena, incastrate nella parete della navata del Duomo (4). Il disassamento di circa cm.70, tutt’ora visibile, causò gravissime conseguenze alla statica complessiva dell’edificio, per ovviare alle quali fu costruita una poderosa muratura di rinforzo (5).

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Il terremoto dei silenzi e dei misteri (le foto)

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Il terremoto dei misteri e dei silenzi

IL PRIMO TG NAZIONALE SUL TERREMOTO

Tg2 ore tredici

13 dicembre 1990

Conduce da studio Carmen Lasorella

Il terremoto in Sicilia è la notizia d’apertura

Titolo del servizio

Terremoto in Sicilia, nove morti, decine di feriti, molti danni.

Stanotte una scossa del settimo grado della scala Mercalli ha interessato tutta la zona orientale dell’isola, da Messina a Caltanissetta.

Il paese più colpito è Carlentini in provincia di Siracusa dove si teme che quattro persone siano ancora sotto le macerie. Panico nelle popolazioni che si sono riversate nelle strade.

I soccorritori ostacolati dal maltempo

All’una e ventiquattro della notte scorsa per 45 interminabili secondi la terra ha nuovamente tremato in Sicilia.

Una scossa del settimo grado della scala Mercalli alla quale ne hanno fatto seguito altre scosse di minore intensità.

Panico per milioni di persone in tutta la parte orientale dell’Isola.

Per ora i morti sono nove a Carlentini, il centro più colpito, in provincia di Siracusa.

Imprecisato il numero dei feriti: alcuni sono ancora sotto le macerie.

All’appello mancano ancora 4 persone. Altre, non si sa, ancora, quante sarebbero morte per infarto

Abbiamo preparato, ecco, la vedete, una cartina, per mostrarvi la localizzazione del sisma.

L’epicentro, come potete notare, è stato in mare, nel golfo di Noto ad est di Siracusa.

Gli effetti si sono sentiti in tutte le province orientali.

Seriamente danneggiati molti edifici pubblici e privati.

Particolarmente gravi i danni a Scordia in provincia di Catania.

Carlentini, 13.000 abitanti, che, come dicevamo, è il centro più colpito: sono crollati tre edifici nel centro storico.

Per le ultime notizie ci colleghiamo con Catania.

Qual è la situazione, Gianni Dupplicato?

Servizio di Gianni Dupplicato

Sì è stato come se qualcuno afferrasse le abitazioni e le scuotesse con insistenza raccapricciante.

Prima, però, c’era stato il boato. È nata così, all’una e ventiquattro, la notte di paura vissuta in tutta la Sicilia sud-orientale per la forte scossa del settimo grado superiore della scala Mercalli; alcune scosse di assestamento, poi, all’1,53 e alle 5,30, ma avvertite soltanto dagli strumenti. 

La paura si è trasformata in terrore (mentre possono partire le immagini) a Carlentini un centro ad appena trenta chilometri da Catania, dove il crollo di tre palazzine ha fatto nove vittime.

E’ questo il numero delle vittime accertato fino a questo momento, numero che aumenta di ora in ora, una conta che è cresciuta man mano che i soccorritori hanno scavato tra le macerie.

Altre persone sono state estratte vive, ma sono gravemente ferite.

Le palazzine crollate si trovano nella zona denominata “Fiera”:

La scena è raccapricciante: le operazioni di soccorso sono state rese particolarmente difficili dalle inclementi condizioni del tempo. Piove a dirotto e fa molto freddo, ma …….

………black-out ……le interruzioni dell’energia elettrica erano frequenti

…… Francesca Mallo e dalla figlioletta Veronica di tre anni. Erano abbracciati.

Poi Santo Furnari, di 32 anni, Agrippino Cardillo di 60, e una delle sue due figlie. Ancora qualche vittima è da identificare. Manca anche all’appello una bambina di un anno e mezzo e poi almeno altre tre persone.

Vittime anche a Francofonte, Acireale, a Catania, ma qui per collasso cardiaco.

Danni si registrano un po’ dappertutto, ma quelli più ingenti sono stati registrati a Scordia;

poi a Noto, la capitale del Barocco siciliano, dove sono crollati anche i muri del vecchio carcere.

Il direttore ha già avanzato la richiesta per il trasferimento dei 200 detenuti.

Non ci sono, però, tra questi detenuti né vittime né feriti: i detenuti stessi erano stati radunati nel cortile principale dell’istituto di pena.

A Siracusa è crollato l’attico di un palazzo, anche qui per fortuna senza fare vittime.

A Carlentini ci sono, ovviamente, già da questa notte i nostri colleghi.

Guglielmo Troina ha realizzato alcune interviste. Prego i tecnici di mandarle in onda.

Ecco, fra un attimo sono pronte…..possiamo vederle.

Guglielmo Troina

Che cosa è successo? Ce lo può raccontare?

Intervistata: “Ah, s’è rotto tutto, tutta a casa s’è rotta.

Guglielmo Troina

 Ma con chi era lei in casa?

Intervistata: Con mio marito, i miei figli, mia madre, tutti c’erano.

Guglielmo Troina

E come stanno?

Intervistata: Il terremoto…..

Guglielmo Troina

Come stanno i suoi

Intervistata: Bene, anzi bene stanno.

Guglielmo Troina

Lei dove abitava?

Intervistata:

(singhiozzando) Ccani,  (qui)

Guglielmo Troina

Ma ha avuto vittime?

Intervistata: No, i picciriddi a ma nisciutu e a ma scappatu, ma  Nun ci putemu trasiri chiui dintra.

Nun putemu pigghiari nenti

Casa nunn’avemu chiui

Prima macari avevumu ‘n pezzu i tettu ora mancu chissu cchiui avemu

(abbiamo preso i bambini e siamo scappati, ma non possiamo più entrare; non possiamo prendere nulla. Non abbiamo più una casa. Prima avevamo un pezzo tetto, ora neanche quello)

Guglielmo Troina

Che cosa avete trovato là sotto?

Un Vigile del fuoco

Quindi noi abbiamo estratto il bambino; adesso c’è il padre e la madre: erano tutti e tre abbracciati.

Il bambino è stato facile tirarlo, essendo i genitori molto più lunghi quindi è un po’ difficile. Ora dobbiamo alzare leggermente tutta la parte soprastante e tentare di uscirli.

Guglielmo Troina

Erano abbracciati, hanno tentato di sottrarsi alla morte.

Un Vigile del fuoco

No, io credo che erano ancora a letto, che dormivano, secondo me, perché erano proprio ancora sopra i materassi e ci sono ancora sopra le coperte  sopra. Sicuramente non se ne saranno nemmeno accorti.

Gianni Dupplicato:

Nell’intervista il vigile del fuoco parlava di un bambino, in realtà si trattava di una bambina:

confermiamo: Veronica Musumeci di tre anni.

Ma cosa è successo in questa zona, ed a cosa è dovuto il sisma di questa notte?

Lo abbiamo chiesto al responsabile del laboratorio di geofisica dell’università di Catania

prof. Giuseppe Patanè: ecco l’intervista

Questa notte, esattamente cos’è successo?

Prof. Patanè:

Questa notte, probabilmente si è verificato un punto di debolezza della crosta che sta nel settore sud-orientale della Sicilia ….. sostanzialmente, si può dire, sostanzialmente si è aperta una frattura in corrispondenza di questa zona di debolezza e la propagazione della frattura ha determinato da quella liberazione di energia che poi, noi, avvertiamo, noi comuni mortali, avvertiamo come terremoto.

Professore scusi, ma questa zona sud-orientale della Sicilia che è stata colpita questa notte è una zona che è stata soggetta a terremoti?

Beh, questa è la zona, diciamo, più pericolosa della Sicilia. Il settore orientale, nel passato, è stato oggetto di terremoti di magnitudo molto elevata nell’ordine di circa sette, questo per un’associazione matematica all’intensità che era dell’ordine del X grado e forse oltre.

Lo abbiamo sentito dal prof. Giuseppe Patanè: la Sicilia sud-orientale è zona a rischio.

Di terremoti ce ne sono stati tanti, ma il più disastroso avvenne trecento anni fa: l’undici gennaio del 1693.

Anche allora un boato e poi la terra a tremare. Si contarono soltanto a Catania 16.000 morti su 23.000 abitanti; 4.000 furono le vittime a Siracusa su 15.000 abitanti;

popolazione ridotta a meta anche a Ragusa e in tutti gli altri centri della zona.

Per il momento è tutto. Non mancheremo ovviamente di aggiornarvi nel corso nel corso delle prossime  edizioni dei telegiornali ….

…………….. altro black-out …………..

………Boschi.

Ma sentiamo le novità da Gianni Masotti.

Siamo nella sala operativa della protezione civile dove da stanotte all’una e 24, l’ora della scossa principale il lavoro è frenetico, un lavoro di accertamento incrociato sul territorio siciliano colpito dall’evento sismico. Nello stesso tempo da quell’ora sono affluiti continuamente dati e notizie dai

comandi periferici dei Carabinieri e dalle prefetture dei territori interessati, cioè Siracusa, Catania e Ragusa. Da queste prime notizie è subito apparso evidente che la zona più colpita era quella di Carlentini, una trentina di chilometri a nord di Siracusa, dove si sono avuti cinque morti ed allo stato attuale 11 dispersi per il crollo di tre edifici.

viene inquadrata una lavagna nella sala operativa della protezione civile a Roma: di sfuggita si vede la cartina topografica della zona colpita: è evidenziata in giallo Carlentini mentre è segnata con due bollini rossi Augusta e la zona centrale di Monte Tauro. Poi le immagini fanno vedere i danni segnalati alla zona industriale si riesce a leggere:

aziende a rischio

Enichem Priolo

Raffineria Esso: serbatoio lesionato

Interrotti rifornimenti di benzina

Il ministro Lattanzio, appena ricevuta notizia dell’episodio ha raggiunto nella prima mattinata con un aereo da Ciampino la prefettura di Siracusa, dove nel corso di un vertice tenuto verso le undici con le autorità locali è stata tentata una prima valutazione dei danni e sono state impartite direttive per la sistemazione dei senzatetto che sono stimati attorno ai 450 – 500 di cui solo 250 a Carlentini.

Inoltre una commissione di esperti di sismologia presieduta dal prof. Boschi dell’I.N.G. sta fornendo i primi parametri di valutazione per stabilire il quadro scientifico nel quale si è manifestato il fenomeno.

Altra inquadratura della sala operativa

Si legge sulle lavagne:

ore 01,24 – evento

scossa sismica magnitudo 4.7 (VII MCS)

Epicentro Golfo di Noto

Località: Militello, Carlentini, Augusta,

Province: Siracusa e Catania

Vediamo ora le ultime notizie pervenute qui alla sala operativa della Protezione civile per quanto riguarda la provincia di Catania.

A Vizzini lesioni in vari edifici;

a Mineo evacuato l’ospedale con quattordici malati;

a Militello è deceduta per infarto una persona di 65 anni;

a Calatabiano lesione al ponte rotabile che fa da cavalcavia alla linea ferroviaria Catania Messina;

a Catania caduta di cornicioni in edifici civili e pubblici;

sono state anche segnalate lesioni ad edifici scolastici;

negli ospedali del capoluogo sono state ricoverate in tutto 112 persone per danni indiretti provocati dal sisma: e cioè cadute o panico, per esempio;

a Scordia è inagibile il palazzo municipale, la guardia medica, la stazione ferroviaria e 14 abitazioni private;

a Valverde sono crollate due case private che per fortuna erano disabitate.

Per ora è tutto dalla sala operativa della protezione civile. Linea allo studio.

Lasorella da studio

Le notizie si aggiornano continuamente. Purtroppo i morti sono nove al momento, mentre risultano disperse quattro persone.

Comunque vi terremo aggiornati nelle prossime edizioni del telegiornale e sugli sviluppi ed anche su quella che è la macchina organizzativa per far fronte a questa emergenza.

Tempo del servizio: 4 minuti (alla cronaca di una partita avrebbero dato sicuramente più tempo)

AUGUSTA (EPICENTRO DEL SISMA) CON I SUOI 4875 SENZATETTO ED UN RIONE INTERAMENTE DEVASTATO NON FA NOTIZIA!

ANCHE L’ONDA DI MAREMOTO E’ IGNORATA!

PER IL SISMA DEL 1990 NON CI SONO STATE EDIZIONI STRAORDINARIE E QUESTI TELEGIORNALI SONO LE UNICHE NOTIZIE NAZIONALI SULLA TV DI STATO.

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Prendi i soldi e scappa

Siracusa / L’industria sciopera contro le dismissioni

Prendi i soldi e scappa

di Esmeralda Rizzi

Trenta chilometri di impianti industriali, chimici petrolchimici e cantieristici, che hanno fatto del triangolo Siracusa-Priolo-Augusta il più grande polo petrolchimico d’Europa, grazie anche ai cospicui finanziamenti statali e agli incentivi che, a partire dagli anni sessanta, hanno dirottato su quell’area ricca di storia, arte e bellezze paesaggistiche i fermenti della politica industriale, permettendo ad aziende e imprese di assumere e svilupparsi in un ambiente favorevole. Migliaia di posti di lavoro, tra diretto e indotto, che hanno contribuito a fare della provincia di Siracusa la più industrializzata di tutta la Sicilia: non si è investito nel turismo, poco nell’agricoltura e, in linea con l’economia globale, solo da qualche anno si sta sviluppando il settore dei servizi. L’equilibrio dell’intera area, nell’ultimo trentennio, si è basato su un semplice scambio: le industrie portavano sviluppo e lavoro, i siracusani in cambio accettavano il deturpamento dell’ambiente e l’inquietudine di vivere in un’area a rischio.

Ma nello scambio qualcosa è andato storto, qualcuno ha barato. Dopo avere inquinato, sfruttato, piagato in maniera irreversibile la gente e il territorio, le imprese hanno deciso di andarsene: troppo alti i costi per gli indispensabili lavori d’ambientalizzazione e ammodernamento degli impianti, secondo le nuove normative nazionali ed europee, troppo ingenti le spese per lo smaltimento dei rifiuti industriali prodotti, mentre la chimica europea in generale attraversa la sua fase di crisi per l’inevitabile concorrenza che avanza da oriente. C’è la Cina, c’è la Russia, ci sono i paesi dell’Est asiatico, dove la manodopera costa niente, dove si può inquinare, dove le imprese comandano. La dismissione parte proprio dall’Eni, che cinque anni fa decide di rinunciare alla chimica e investire in operazioni finanziarie e nel settore gas, evidentemente più redditizi. A Siracusa fa cassa, vendendo i pezzi pregiati, mantiene le produzioni plastiche, che ritiene ancora remunerative, e avvia un lento e irreversibile processo di dismissione degli stabilimenti degli altri settori, che nell’ultimo anno si traduce nella perdita secca di 1.500 posti di lavoro, tra diretto e indotto. I sindacati, ovviamente, non ci stanno: protestano e insieme ai lavoratori gridano al furto.

Al governo nazionale chiedono un piano di rilancio della chimica e investimenti certi, a quello regionale un interessamento concreto, che potrebbe trarre linfa dai molti finanziamenti europei per il Mezzogiorno, a partire da Agenda 2000. Più o meno un anno fa, il colpo di scena. I vertici Enichem di Siracusa, coinvolti in un’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti tossici, nata nel 2001 dalla comparsa di un’ampia chiazza di color rosso nel mare di Priolo, vengono arrestati. La procura individuerà la causa nel mercurio impiegato nelle “celle ad amalgama” dello stabilimento del clorosoda, quello che da almeno otto anni i sindacati chiedevano di riconvertire in “celle a membrana”, non inquinanti e in linea con le normative europee. Pochi giorni dopo gli arresti, l’Enichem ferma lo stabilimento, che poi verrà riattivato, ma il dado è ormai tratto. A distanza di 17 mesi, le prospettive per la chimica siracusana non sono cambiate di una virgola, e il sindacato ha deciso di scendere sul piede di guerra. “Il 18 maggio l’industria di Siracusa si ferma e soprattutto si fermeranno a freddo gli impianti – annuncia Pippo Zappulla, segretario generale della Camera del lavoro provinciale –. Cgil, Cisl e Uil, dopo un aprile di manifestazioni e richieste di interventi alle autorità rimasti inascoltati, hanno deciso di ricorrere a una forma estrema di protesta, che, assieme ai lavoratori del polo, coinvolgerà i commercianti, gli artigiani e le altre categorie”.

Fermare a freddo gli impianti, significa bloccarli per un tempo imprecisato, una settimana, forse 10 giorni. Un processo complicato e delicato, che rischia di lasciare a secco di carburante mezzo paese. “Quello di Siracusa-Priolo è un polo industriale – prosegue Zappulla –, un raggruppamento di imprese sorte una a fianco all’altra, perché in qualche modo in simbiosi. Se l’Eni, come annunciato, chiuderà l’impianto del clorosoda, chiuderanno automaticamente tutte le industrie collegate”. I sindacati in questi mesi hanno messo in campo tutte le loro forze per richiamare l’attenzione a livello regionale e nazionale, per chiedere un accordo di programma che non si basasse solo sulla bonifica del territorio, ma soprattutto sul rilancio delle attività. “Dal 1° di aprile Eni ha palesato le sue intenzioni – osserva ancora Zappulla –. Ha rotto il tavolo della trattativa sul quale, con l’avallo del governo nazionale, aveva posto il risanamento ambientale in cambio dei posti di lavoro persi, facendo passare per una concessione quello che invece è un suo preciso dovere”. Prima di arrivare allo sciopero del 18 maggio, i sindacati, per dar forza alla loro voce e stimolare la giusta attenzione da parte degli organi istituzionali, hanno messo in campo altre iniziative: sono stati organizzati nelle aule consiliari dei Comuni maggiormente interessati incontri, discussioni e dibattiti sul futuro dello sviluppo industriale, aperti a lavoratori e cittadini, il 27 aprile nell’area industriale di Siracusa si è svolta un’imponente manifestazione, con migliaia di lavoratori, e il 20 aprile uomini e macchine hanno marciato su Punta Cugno, nella zona del porto di Augusta, dove la politica del disinteresse ha già prodotto gravi danni.

Nell’80 nell’area di Punta Cugno, in base a un progetto congiunto di sindacati e Regione, si sviluppa un’area attrezzata per la carpenteria pesante, specializzata nella realizzazione di piattaforme petrolifere off shore, per cui ottiene commissioni importanti, arrivando a contare 1.500 posti di lavoro. In quella situazione, la zona passa di competenza dalla Regione alla Capitaneria di porto, che l’affida in gestione a un consorzio di 18 imprese. Come da 18 si siano ridotte all’unica esistente attualmente, è da ricercarsi nell’abbandono e nell’indifferenza delle amministrazioni. “In questi giorni si parla di un’importante commessa per la Motoroil Hellas di Corinto, che conferma le potenzialità poco sfruttate dell’area di Punta Cugno – spiega Angelo Cifali, segretario generale della Fiom Cgil di Siracusa –. Il timore è che Priolo finisca per fare la stessa fine: mentre il nostro presidente del Consiglio invita le imprese a investire in Cina, i sindacati chiedono che a farlo vengano qui, dove ci sono elevate professionalità e potenzialità”. Secondo i più recenti dati, il tasso di disoccupazione nella provincia di Siracusa, che conta una popolazione di circa 405.000 abitanti, è del 18 per cento della forza lavoro maschile e del 37,5 di quella femminile. “Oggi sono circa 10.000 i lavoratori che tra diretto e indotto operano nella nostra provincia – rileva Cifali –, ma senza una seria politica di riorganizzazione e di rilancio delle attività nell’arco di poco tempo sparirà tutto. Serve a poco che l’assessore regionale ai Beni culturali, Fabio Granata, insista sul turismo o sulle nostre bellezze naturali. Anche in questo caso, servono investimenti e non parole. Al di là dei porti manca una rete efficiente di trasporto e collegamento: l’aeroporto più vicino è quello di Catania, ci sono solo 10 chilometri di autostrade e 131 di rete ferrata, di cui 63 a binario semplice e 68 a binario semplice elettrificato, mancano i servizi di supporto al turismo e persino le strutture d’ospitalità”.

La polemica con i rappresentati del governo regionale e nazionale è forte e non si ferma all’assessore Granata. I sindacati contestano anche la presa di posizione del ministro delle Pari opportunità Stefania Prestigiacomo, siracusana di nascita e direttamente coinvolta attraverso le imprese di famiglia nell’industria della zona, che, interpellata di recente sul futuro dell’Eni, si è espressa a favore dell’abbandono dell’area e sul recupero ambientale. “La manifestazione del 18 maggio segna l’inizio di una lunga lotta dei metalmeccanici di Siracusa e della Sicilia – annuncia Giovanna Marano, segretaria generale della Fiom Sicilia –. Noi chiediamo che sviluppo, lavoro, ambiente e salute dei cittadini convivano. L’attuale governo nazionale e quello regionale non ci hanno mai ascoltato, non si sono impegnati per sostenere le nostre imprese e i nostri lavoratori, che sono invece portatori di competenze e professionalità. È questa la vera concorrenza, non l’abbattimento del costo del lavoro, come Melfi insegna”.

(Rassegna sindacale, n.19, 13-19 maggio 2004)

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«Io difensore dei diritti dei cittadini»

La Sicilia

Lunedi 29 dicembre 2003

«Io difensore dei diritti dei cittadini»

di GIUSEPPE VECCHIO

Don Palmiro, non si è stancato di combattere?

“No e poi no – risponde il parroco di Brucoli con tono deciso -. Perché dovrei? Io cerco di difendere i miei concittadini contro i soprusi e le inadempienze dei responsabili della Cosa pubblica”.

Prima la battaglia per i terremotati, poi quella a difesa dell’ambiente. E ora?

“Entrambe, perché le ferite del sisma del 13 dicembre del ’90 non sono ancora sanate e i rischi per la salute pubblica, specie in questa zona della Sicilia, aumentano”.

Don Palmiro Prisutto, che ha in cura le anime dell’unica parrocchia di Brucoli, intitolata a San Nicola, lancia l’ennesimo appello alle coscienze dei suoi concittadini e degli amministratori; i primi perché si diano un’altra scossa d’orgoglio e di volontà per rivendicare il diritto alla ricostruzione;

i secondi perché facciano di tutto per riconoscere questo diritto e non presentino il proprio dovere come favore.

Don Palmiro, lei è protagonista di iniziative clamorose, come quella della rinuncia alla cittadinanza italiana, in segno di protesta per i gravi ritardi nella ricostruzione post-terremoto. A proposito, come andò a finire?

“Spedii al governo la mia carta d’identità (che poi mi fu rimandata indietro, senza risposta e senza commento), cosa che per me suonò come un’offesa”.

E allora?

“Che devo fare? Posso ripetere quello che ho già fatto. E lo farò. Io non mi arrendo”.

Anche se sa, già in partenza, che la sua è una voce che grida nel deserto?

“Io sento di dovere fare quello che avverto come un mio dovere”, Di parroco…

“Anche di cittadino”.

Non ambisce alla nomina di monsignore? Non vorrebbe, almeno, essere chiamato prevosto?

“Non mi interessano i titoli, io sono soltanto parroco di un antico, piccolo borgo marinaro..,”.

Fa l’ironico? ….

“Qui aspettiamo la fognatura. Per risolvere questo problema si sono mossi in tanti, nel tempo; ma le istituzioni sembrano sorde. Nel frattempo paghiamo le tasse … Per questo, tempo fa, provocatoriamente chiesi la restituzione di parte delle tasse corrispondente ai servizi non resi”.

Non aveva detto che la sua più grande battaglia resta quella per la ricostruzione post-terremoto?

“E lo è. Io posso definirmi, ormai, l’unico terremotato. Dopo la venuta dell’allora presidente Scalfaro, l’11 maggio del ’96, il 4 febbraio successivo si sbloccò l’iter dei lavori per la messa in sicurezza della chiesa Madre (S. Nicola), che nel maggio dello stesso anno fu riaperta al culto; tuttora la chiesa è coperta da una rete metallica sormontata da un po’ di plastica, che sostituisce la volta: certo, la chiesa è agibile, ma è esposta al vento e al freddo e ci piove anche dentro…”.

Con tutto quello che fa, oltre che parroco, non si sente un leader popolare?

“No. Ho consapevolezza dei diritti e dei doveri di ciascun cittadino, nel ruolo che occupa; e mi muovo indipendentemente da ciò che fanno gli altri. La gente, ormai, ha quasi paura anche a protestare e a mettere firme su petizioni…”.

E non si sente un poco don Chisciotte?

“E’ un’espressione abusata… La verità è che siamo cittadini insultati e vilipesi; solo che non esiste il reato di vilipendio del cittadino… Pensi, però, che ad Augusta non esiste ancora il difensore civico. Io vado a testa alta, orgoglioso della mia libertà, e non ho timori riverenziali verso alcuno”.

Ha mai ricevuto minacce?

“Sì, segnali piccoli; che però non mi hanno fermato e non mi fermeranno”.

E’ cosciente di essere un parroco scomodo?

“Sì, perché chi fa il proprio dovere, dove questo non si fa, certamente lo è; se poi denuncia è doppiamente scomodo”.

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